Solar Kindle, la custodia solare per e-book

Che il futuro dell’editoria sia rappresentato in parte anche dall’e-book sono in tanti a pensarlo. Allo stesso tempo, però, sono altrettanto numerosi coloro che ritengono che il libro elettronico non sia una grande innovazione dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Infatti, se il problema della stampa tradizionale è rappresentato dal fatto che si utilizzi la carta prodotta dal taglio di alberi, con l’utilizzo dell’e-book si avrebbe a che fare con un altro problema ovvero quello di una tecnologia che per funzionare ha bisogno di elettricità la quale, come ben sappiamo, viene generata per lo più da combustibili fossili.

In considerazione di ciò vogliamo quindi parlarvi di un’interessante novità che potrebbe rappresentare una soluzione al consumo di energia non rinnovabile. A proporla è l’azienda taiwanese SolarFocus e si tratta di una custodia solare per e-book reader. La particolarità sta nel fatto che, attraverso questo supporto dotato di un piccolo pannello solare fotovoltaico, è possibile, con un’ora di esposizione diretta al Sole, ricaricare la batteria garantendo un’autonomia di 3 giorni di lettura.

La custodia di SolarFocus è inoltre dotata di una luce a LED che raggiunge gli 800 lux al centro del libro e che garantisce l’illuminazione anche in assenza di luce naturale.

In verità la tecnologia nasce per ovviare a situazioni di emergenza, quando cioè non è possibile disporre di un collegamento di corrente. In effetti, però, considerata la versatilità del prodotto e la durata della batteria, nulla ci vieta di pensare che questa custodia possa tranquillamente essere utilizzata come sistema di ricarica principale.

I costi? Niente paura, la cifra non è esorbitante: infatti con poco più di 60 euro Solar Kindle può essere vostro.

Il rigassificatore di Brindisi è l'emblema dell'impossibilità di investire in Italia

Quando il colosso energetico britannico BG investì 500 milioni di euro nel rigassificatore di Brindisi, mise in conto burocrazia e ritardi. Ma non la protesta ambientalista e un’inchiesta giudiziaria per corruzione. «Nessuna certezza sui tempi di niente» è il secco comunicato di BG, che ha pagato finora 250 milioni di dollari in manutenzione e spese fisse. Il progetto è rimasto fermo per 5 anni e rappresenta un caso esemplare del perché il nostro Paese sia una terra incognita per gli investimenti esteri. O, più semplicemente, perché sia svantaggioso, se non rischioso, investire in progetti in Italia.

Il World Investment Report è un rapporto prodotto dalla Conferenza sul commercio e lo sviluppo delle Nazioni Unite (Unctad). Come ogni anno, presenta l’andamento dei flussi globali e regionali degli investimenti diretti esteri. Per il nostro Paese le cose sono peggiorate, perché è scivolato al di sotto dei primi 20 Stati del mondo nel 2010, avendo attratto solo 9,5 miliardi di dollari in investimenti diretti. Per fare un paragone la Francia ne ha attratti 4 volte tanto. Leggi mutevoli, burocrazia bizantina, corruzione e resistenze ambientaliste sono i quattro motivi principali che scoraggiano gli investitori esteri.

Ma non solo. Le nostre debolezze sono ben evidenziate anche in un altro rapporto, il Doing Business della Banca Mondiale, in cui l’Italia, in assenza di riforme, occupa posizioni infime. 87esimo posto nella classifica generica, dietro Ghana, Zambia e Mongolia, ma ancora peggio se si guarda alla nuova graduatoria sulla produzione e gestione dell’energia elettrica (109esimo posto) e in materia di esecuzione dei contratti (158esimo posto su 183 Paesi esaminati). Posizioni, queste, immutate rispetto al 2011. A differenza dell’avviamento di business (dal 67esimo al 77esimo posto) e della tutela degli investitori (dal 60esimo al 64esimo). A stare dietro di noi in questa speciale graduatoria sono esclusivamente nazioni dell’Africa e in generale del Terzo Mondo. A fare peggio tra i Paesi avanzati o emergenti solo l’India (penultima).

Le espulsioni dei clandestini non sono un meccanismo efficace

Il rigido meccanismo delle espulsioni degli immigrati irregolari, previsto dalla legge italiana, non funziona: oggi solo il 28% dei rintracciati viene rimpatriato. Nel 2003 erano il 49%. Tra i denunciati per il reato di clandestinità solamente 1 su 5 è espulso dal nostro Paese. Soltanto il 38% dei trattenuti nei Cie è poi allontanato dall’Italia: si tratta della cifra più bassa raggiunta negli ultimi 6 anni.

I dati dell’ultimo rapporto Ismu dicono che in Italia vivono 443 mila immigrati senza permesso di soggiorno ed è in previsione un aumento della cifra a causa della crisi economica che sta facendo perdere a molti il posto di lavoro e, di conseguenza, anche il permesso a risiedere nel nostro Paese.

Dallo studio del sociologo Asher Colombo “Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia” emerge come la linea dura sia in realtà un mito nella realtà dei fatti. Il crollo dei rimpatri, che attualmente si attestano sui 10mila all’anno, è in parte dovuta alla sentenza della Corte Costituzionale del 2004 che ha impedito i rimpatri senza il controllo da parte di un magistrato.

Inoltre pare che l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale serva solamente a rallentare il funzionamento dei tribunali: all’elevato numero delle denunce, che tra agosto del 2009 e aprile del 2010 sono state quasi 20mila, non corrisponde un altrettanto numero di espulsioni.

Anche i numeri che riguardano i Cie confermano il malfunzionamento dell’applicazione delle procedure: l’allontanamento del 38% dei migranti è da ridimensionare ulteriormente se si considera che nei centri entrano con maggiore probabilità quelli più facilmente espellibili perché provenienti da nazioni che hanno accordi di rimpatrio in vigore con l’Italia. Più della metà delle domande di trattenimento di irregolari rimangono non evase per mancanza di posti nelle strutture.