Archivio per la categoria ‘Interviste’

Scoperto giacimento in Egitto, Clò (Saipem): «L’Italia può essere hub del gas mediterraneo»

La scoperta da parte di Eni del grande giacimento di 850 miliardi m3 di gas di Zohr, nell’offshore de Il Cairo, è senz’altro un affare per l’Italia. Secondo Alberto Clò, consigliere d’amministrazione di Snam, «Zohr rafforza la prospettiva auspicata da tempo dell’Italia quale hub del gas mediterraneo da veicolare verso il Nord Europa».

«L’Eni ha una posizione di eccellenza nella fase di esplorazione e nel settore dell’estrazione. Questo risultato è dovuto alle sue altissime qualità tecniche e alla presenza storica in quell’area, che ha permesso di accumulare un patrimonio di conoscenze e dati – afferma Clò – La vicinanza del giacimento comporta in termini di vantaggio competitivo all’Italia innanzitutto tempi rapidi di messa in esercizio. La scoperta ha costi compatibili con i prezzi bassi del petrolio di oggi ed è altamente competitiva».

Quali ricadute avrà sull’economia italiana la scoperta di Zohr?
«Sicuramente darà respiro all’Egitto, che negli ultimi anni ha avuto grandi difficoltà sul versante dell’industria petrolifera con una domanda interna che cresce ma non riesce ad essere soddisfatta».

E sul mercato italiano?
«Un effetto positivo si potrebbe avere sul sistema di piccole e medie imprese che vendono impianti e servizi all’industria mineraria. L’indotto è di grande eccellenza: abbiamo la Rossetti e imprese localizzate in Emilia Romagna e altre regioni che sono in grado di supportare questo sviluppo».

Potrebbe ridursi la dipendenza energetica da Russia, Libia e Algeria?
«L’Italia oggi ha un consumo molto basso. Inoltre arriveranno altri adduttori, come il Gasdotto TransAdriatico dall’Azerbaijan, che aggiungerà altri 10 miliardi di metri cubi. Siamo ampiamente coperti, il gas egiziano può essere utile qualora vi fossero difficoltà di approvvigionamento».

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Fibra ottica e rete diffusa, Enel è la soluzione giusta: parola di Franco Tatò

Franco Tatò fu il primo alla fine degli anni ’90 a lanciare Enel nel settore delle telecomunicazioni. Amministratore delegato della società dal 1995 al 2001, grazie a lui la società elettrica installò 12mila chilometri di rete in fibra ottica sfruttando i cavi dell’alta tensione. Nel 1997 diede vita a Wind, oggi la terza compagnia di telefonia mobile del Paese, e successivamente acquisì la telefonia fissa di Infostrada. Sotto la sua gestione gli utili passarono da poco più di 1 miliardo £ ad oltre 4.

Oggi, a 15 anni di distanza dalla sua intuizione, il governo affiderà ad Enel il piano per la banda ultralarga. «Finalmente abbiamo un governo illuminato che fa la cosa giusta per tutti, per l’interesse generale, e non per difendere le posizioni arretrate di qualcuno» è il pensiero del pioniere Tatò.

Pensa che sia realistica la stima di portare la fibra ottica in tutta Italia in tre anni?
«Assolutamente sì, Enel è in grado di realizzare il piano in questi tempi e anche in modo economico. Ha già tutto il know how, è la migliore nella gestione delle reti, non c’è da inventare nulla. Abbiamo installato 12mila chilometri di fibra ottica perché ci risultava molto economico usare i cavi dell’alta tensione. Riuscimmo ad avere una copertura su tutto il territorio nazionale in neanche due anni».

Questa rete capillare può fare da base al collegamento Internet veloce?
«Noi installammo la fibra ottica solo per collegare le centrali, oggi si tratterebbe di portarla all’ultimo miglio, ma Enel ha già un piano per installare i contatori elettronici di nuova generazione e può approfittarne per installare la fibra ottica e fare in modo che il Paese sia finalmente connesso con linee veloci».

Uno dei punti di scontro con Telecom è proprio questo: in parte vorrebbero mantenere la rete in rame nell’ultimo miglio.
«È un problema di Telecom. Può continuare ad usare la rete in rame ma il Paese ha tutto il diritto di avanzare. Telecom ha dormito, ha avuto tanti anni davanti per fare qualcosa in questo senso».

Perché se il know how c’è sempre stato Enel non è mai stata nominata in alcun progetto su questo fronte?
«Perché questo tema è sempre stato affidato a Telecom. Per anni tutti hanno pensato che fosse naturale che se ne occupassero loro, peccato che Telecom non lo abbia mai fatto. Questo è un dato di fatto. L’avanzamento tecnologico procura vantaggi per tutti ma anche svantaggi per quelli che non si adeguano e non si mettono nelle condizioni di gestirlo ma ne restano vittime. Nel futuro prossimo le aziende dovranno produrre oggetti che comunicano ma per fare in modo che siano competitive devono trovare un ambiente ricettivo».

Sapegno (La Sapienza): «La nostra lingua fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista»

Pur avendo tutte le possibilità per offrire la parità di genere la lingua italiana continua ad essere caratterizzata da uno scarto importante tra maschile e femminile. L’uso di termini maschili per riferirsi a cariche ricoperte da donne ne è un esempio. Anche la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha sottolineato «l’esigenza dell’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, professionale e sociale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere».

Ruoli politici e amministrativi vanno declinati al femminile: la presidente, la vicepresidente, la deputata, la capogruppo, la ministra, la segretaria generale. Lo raccomandano l’Accademia della Crusca e la Guida alla Redazione degli Atti amministrativi dell’Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione giuridica.

Ma la questione non si limita alla politica. «La divaricazione tra la società nella quale ormai molte donne occupano posti di rilievo e una lingua che ancora molto spesso le cancella con l’utilizzo del maschile ha origini varie – spiega Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e Studi di genere presso l’Università La Sapienza di Roma – In primo luogo si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, in secondo luogo la femminilizzazione dei termini, pur prevista dall’italiano, produce una svalorizzazione del titolo, come nel caso di “segretario” e “segretaria”, per fatti legati al rapporto gerarchico esistente tuttora tra maschile e femminile».

Perché è così difficile compiere questo cambiamento?
«La lingua è un organismo vivo e dinamico, uno strumento fondamentale del nostro pensiero attraverso cui diamo ordine ed esistenza al mondo intorno a noi. È in grado di rinnovarsi per coprire e descrivere tutto il reale e nella realtà deve prendere atto sempre di più dell’esistenza di due soggetti sessuati. Le resistenze hanno a che vedere proprio con questo cambiamento, difficile per molti, che mette in discussione più in profondità di quanto non sembri».

Da dove si deve partire per cominciare ad ottenere una parità linguistica?
«Naturalmente il riferimento alla scuola è fin troppo ovvio: nelle scuole primarie il problema non si ferma certo alle grammatiche ma si estende alle immagini dei libri in cui le donne sono invariabilmente in casa e i papà escono al mattino per i lavori più importanti e interessanti, verso il mondo e l’avventura. Inoltre gli italiani hanno appreso la loro lingua, che capivano pochissimo, a scuola ma soprattutto attraverso la televisione. Cosa dovrebbe impedire che apprendano, attraverso lo stesso mezzo, una lingua che nomina e racconta le donne oltre agli uomini?».

Il sessismo linguistico rischia di essere ridotto solo alla scelta tra “ministro” e “ministra”?
«L’esempio è particolarmente grottesco e significativo perché non è necessario e produce invece pasticci linguistici non da poco ma è solo la punta dell’iceberg di una lingua che fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista che costringe le donne in un ruolo fisso e umiliante».

Può un cambiamento linguistico portare un cambiamento culturale?
«La lingua è una parte fondamentale della nostra cultura ed è quindi impossibile distinguerla da essa. Per entrambe i cambiamenti sono lenti e complessi e non è semplice intervenire nel processo ma senza dubbio la presa di coscienza dei problemi, la riflessione pubblica su di essi e alcune decisioni che fissino dei paletti sono strade che una società può e deve prendere per favorire il cambiamento nella direzione dell’applicazione dei suoi principi fondanti».