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Solo il 10% dei pazienti italiani riceve cure del dolore acuto postoperatorio

La gestione del dolore acuto postoperatorio in Italia risulta ben al di sotto degli standard europei. L’équipe diretta da Flaminia Coluzzi, docente di Anestesia e Rianimazione dell’Università La Sapienza di Roma, suffraga tale allarme con un raffronto tra dati raccolti attraverso due survey del 2006 e del 2012 su un campione rappresentativo di oltre il 40% degli ospedali pubblici, realizzate dalla Società italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia intensiva.

Solo la metà dei nosocomi ha attrezzato un servizio del dolore postoperatorio con un anestesista a coordinamento di un gruppo responsabile della gestione e solo il 10% dei pazienti ha goduto di un terapie multimodali e controllabili dal paziente sotto supervisone medica. Inoltre si è abbassata notevolmente l’offerta formativa sul dolore postoperatorio: nel 2006 il 57% degli specialisti avevano partecipato ad almeno un corso mentre nel 2012 solo il 37% ha approfondito il tema attraverso incontri di Educazione Continua in Medicina.

Ogni anno circa 4 milioni di pazienti devono ricorrere alla chirurgia e più dell’80% di loro riferisce di aver sofferto di dolore postoperatorio. Un numero preoccupante soprattutto in considerazione dell’allungamento dei tempi di degenza e della considerevole incidenza dei casi di evoluzione della sofferenza in dolore cronico, anche per interventi di modesta entità. Proprio perché mal gestito il dolore postoperatorio si cronicizza, ad esempio, nell’80% degli interventi di ernia inguinale.

«Nonostante la riconosciuta preparazione degli anestesisti il dolore postoperatorio è trattato nella maggior parte dei casi attraverso presidi a infusione fissa e continua – spiega il professor Guido Fanelli, direttore scientifico della Fondazione ANT – Ciò significa che l’effetto antalgico non è nè adeguatamente modulato nel tempo nè sufficientemente adattato alle caratteristiche specifiche del paziente, come l’intervento cui è stato sottoposto, la sua massa corporea, il sesso o il metabolismo».

«Questi presidi non rispondono pienamente neanche ai moderni standard di sicurezza perché non sono dotati di alcun sistema d’allarme, ad esempio per i casi di interruzione del flusso di medicinale – critica Fanelli – Tutti i professionisti della salute, dal chirurgo all’anestesista all’infermiere, devono convincersi che l’analgesia personalizzata, che contempli anche il coinvolgimento del paziente, non rappresenta un maggior dispendio di risorse ed energie ma al contrario l’ottimizzazione della terapia e della gestione del paziente postchirurgico».

Dagli USA una nuova strategia antinfluenzale per le persone affette di tumori del sangue

Al LVII Congresso dell’American Society of Hematology a Orlando (Florida) gli scienziati dello Yale Cancer Center hanno annunciato una nuova strategia vaccinale per ridurre il rischio di ammalarsi di influenza nei pazienti affetti da tumori del sistema immunitario, ad esempio il mieloma multiplo. Tali individui sono particolarmente soggetti ad infezioni di tutti i tipi: per loro contrarre il virus può portare anche alla morte.

Sebbene i pazienti con mieloma o patologie a carico delle plasmacellule possano fare ogni anno la vaccinazione antinfluenzale alcuni studi dimostrano che essa non stimola difese immunitarie adatte e che quindi non basta per salvaguardarli dal morbo. La strategia antinfluenzale di Yale contempla la somministrazione di un vaccino ad alte dosi, seguito da un secondo booster ad elevate concentrazioni a circa un mese di distanza.

Questo vaccino è stato approvato dalla Food and Drug Administration nel 2009 ed è già in commercio negli Stati Uniti, nessuno però l’ha impiegato finora con queste modalità. I ricercatori hanno dimostrato che la strategia abbassa il rischio influenzale ad uno scarso 6% contro il 20% atteso e rinforza le difese contro tutti i ceppi nel 66% dei pazienti.

«Usando un vaccino già autorizzato ma con un nuovo schema di somministrazione abbiamo avuto risultati promettenti in questo gruppo di pazienti ad elevato rischio di contagio – delucida Andrew Branagan – Speriamo di confermarli in un più ampio studio randomizzato che partirà a Yale in questa stagione. L’idea che abbiamo è che questa strategia potrà essere d’aiuto anche ad altre popolazioni di pazienti oncologici».

Uno studio veneto attesta che la donna ha un udito migliore rispetto all’uomo

Uno studio condotto in Veneto da un gruppo di ricercatori coordinati da Alessandro Martini, docente di Otorinolaringoiatria all’Università di Padova, ha dimostrato che l’udito delle donne è migliore rispetto a quello degli uomini. L’analisi ha dimostrato che le signore, almeno fino ai 50 anni, riescono a percepire meglio le frequenze del parlato.

L’ipoacusia o calo delle capacità uditive colpisce di più gli uomini e lo studio lo conferma: il sesso femminile ha una soglia uditiva superiore a circa 1000 Hertz. Il perché va ricercato non solo nell’azione protettiva degli ormoni tra i 30 e 50 anni ma anche nell’esposizione dell’uomo al rumore sia nelle attività ludiche sia in quelle lavorative.

Fin dai primi anni di vita i bambini praticano giochi più rumorosi rispetto alle bambine e crescendo sono statisticamente più coinvolti in incidenti stradali o sul lavoro, scontri e colpi violenti e più esposti a fumo e fattori di rischio metabolici: tutti elementi che inducono ad un peggioramento della soglia uditiva.

«Dopo i 50 anni le differenze dell’udito relative alla protezione ormonale delle donne si riducono – spiega il professor Martini – Ciononostante gli uomini restano significativamente più colpiti da ipoacusia dovuta all’avanzamento dell’età».