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Nel 2013 in Inghilterra un 51enne scopre 22mila monete romane con un metal detector

Gli era bastato un metal detector per scovare a Seaton Down, nella contea del Devon, una delle più grandi riserve di monete romane mai trovate in Gran Bretagna. Eppure non poteva credere ai suoi occhi il 51enne Laurence Egerton quando si imbatté in 22mila monete risalenti a circa 1700 anni fa. Subito si rese conto di essere davanti ad una scoperta eccezionale.

Il British Museum spiega, infatti, che si tratta del quinto più grande ritrovamento di monete romane nel Regno Unito. La scoperta risale al novembre 2013 ma ora il museo ha deciso di svelare il tesoro ed esporre le monete. A detta di alcuni esperti il ritrovamento potrebbe valere non meno di 100mila £ (circa 130mila €). La più grande scoperta nel Paese risale al 1978 quando vennero ritrovate 55mila monete.

Nel 2013 Egerton stava usando il suo metal detector nei pressi del sito Honeyditches, dove in passato era già venuta alla luce una villa romana, quando si accorse della presenza di qualcosa di metallico nel terreno. Con una pala scavò più a fondo fino a ritrovare le monete. «Fu un momento emozionante – dichiara – Avevo già trovato una o due monete romane ma mai così tante insieme». Successivamente avvertì gli esperti e, per assicurarsi che tutto si svolgesse in modo regolare, Egerton, al quale spetta parte dei ricavi della scoperta, dormì «per tre fredde notti» nei pressi del campo finché gli archeologi non completarono lo scavo. L’uomo racconta di aver dormito con tre felpe e una coperta all’aperto perché a causa della sua altezza era scomodo all’interno della sua macchina.

«Le monete erano in ottimo stato», afferma Bill Horner, membro della squadra di esperti che ha coordinato i lavori.

Da novembre 2013 ad oggi il British Museum ha pulito, identificato e catalogato il tesoro. Le monete vanno dal 260 al 350 dopo Cristo e hanno diversi ritratti che per Horner sono attribuibili «all’albero genealogico della casata di Costantino».

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Porta d'accesso all'inframundo

Scoperte due città maya nella giungla messicana

Due antiche città maya nella giungla della penisola dello Yucatán, in Messico, sono state scoperte dall’archeologo sloveno Ivan Šprajc sulla base di foto aeree e satellitari della Reserva de la Biósfera de Calakmul, nello stato di Campeche. Le rovine appartengono a due città, Lagunita e Tamchén, popolate tra il 600 e il 1000 dopo Cristo.

Lagunita era già stata individuata negli anni ’60 in modo fortuito dall’archeologo statunitense Eric Von Euw, il quale, tuttavia, non riuscì mai a localizzarla con precisione. Rimasero così gli schizzi e i disegni, mai pubblicati, di ciò che aveva visto. Lagunita si sviluppa su un’area di 12 ettari ed è composta da edifici disposti attorno a delle piazze, un tempio piramidale di 20 metri d’altezza e un campo per il gioco della pelota.

La scoperta più sensazionale è, però, quella di una porta d’accesso all’ “inframundo”, che rappresenta le fauci aperte di una grande divinità zoomorfa della Terra, associata alla fertilità. Da qui si entrava in una grotta e nel mondo sotterraneo dell’acqua, il luogo dell’origine mitologica del mais e dimora degli antenati. La facciata è uno degli esempi meglio conservati di questo genere di porte, piuttosto comuni nel periodo tardoclassico dell’architettura nella regione del Río Bec.

Nel sito sono state rinvenute inoltre 10 steli scolpite e 3 altari religiosi circolari, anch’essi riportanti incisioni e glifi. Proprio da una di queste steli Octavio Esparza Olguin, docente della Universidad Nacional Autónoma de México, ha potuto decifrare la data riportata secondo il calendario maya: 29 novembre 711.

Anche a Tamchén (in lingua maya yucateca “pozzo profondo”) antiche piazze ed edifici includono i resti di un’acropoli e templi religiosi, tra cui una piramide con un santuario ben conservato sulla parte superiore, una stele e un altare alla sua base. Impressionanti gli oltre 30 chultunes riportati alla luce, camere sotterranee usate per la conservazione del mais o la raccolta dell’acqua piovana, alcune delle quali insolitamente grandi: si parla di oltre 13 metri di profondità.

Gli studiosi sottolineano l’importanza di questi ritrovamenti per le loro caratteristiche architettoniche e la grande quantità di resti di abitazioni. Nonostante le molte similitudini tra le due città, che potrebbero indurre ad una contemporaneità del loro sviluppo, Tamchén risulterebbe più antica di Lagunita: alcune prove dimostrerebbero la sua esistenza già nel Tardo Preclassico tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo dopo Cristo.

Ad Abydos, in Egitto, scoperta la tomba di Senebkay

Lo scheletro di un nuovo faraone fino ad oggi sconosciuto, insieme al suo luogo di sepoltura, è stato identificato fra le tombe di altri re egizi. Gli archeologi affermano che si tratta solo della prima di una serie di scoperte “reali”. Questa in particolare è stata fatta dalla squadra di studiosi guidati da Josef Wegner, della University of Pennsylvania, mentre lavoravano alla tomba di un altro faraone, Sekhemra-Khutawy, vissuto in precedenza.

Il nome del faraone, Senebkay, è stato trovato inciso sulla parete di una camera sepolcrale che fa parte del sito archeologico di Abydos, vicino alla città meridionale di Sohag. Frammenti del suo nome erano in realtà apparsi in una lista di re e regine egizi ma fino ad oggi nessun’altra traccia di Senebkay era mai stata identificata. Il corpo era stato mummificato ma probabilmente la tomba era stata profanata in precedenza.

Si tratta di un faraone vissuto circa 3mila 650 anni fa durante il secondo periodo intermedio della storia dell’antico Egitto, un’epoca in cui molti governanti si contendevano il potere, ponendo le basi per la nascita del Nuovo Regno d’Egitto che si affermò intorno al 1550 a.C.

Il sito di Abydos non è ancora stato completamente esplorato e potrebbe quindi nascondere i resti di una intera dinastia faraonica precedentemente sconosciuta.