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La nuova sede dei Cantieri Navali di Sestri Ponente si ispira alle barche da diporto

La sede dei Cantieri Navali di Sestri Ponente si rinnova con leggerezza, trasparenza e comfort. Il nuovo volto dell’edificio si ispira alle barche da diporto interpretando in chiave architettonica la vocazione alla qualità e alla vita all’aria aperta. Disegnata a quattro mani dagli architetti Giuliano Montaldo e Sabina Volta, dello studio MeV, la nuova sede sorge in una posizione privilegiata del golfo di Genova, dove l’arte del navigare si concilia con le esigenze dei diportisti. Mestieri antichi, come quello del maestro d’ascia, convivono con strutture di progettazione e tecnologie moderne.

L’edificio consiste in un corpo a due piani a pianta rettangolare con i prospetti corti posti uno a sud e l’altro a nord. La struttura portante totalmente a vista è costituita da una sequenza modulare e regolare di colonne e travi orizzontali in profilati di acciaio. Ampie specchiature panoramiche in alluminio e vetro favoriscono il rapporto tra interno ed esterno, consentendo da un lato di beneficiare dei vantaggi della luce naturale e dall’altro un controllo continuo sulle attività del cantiere. A seconda delle condizioni di esposizione al sole le pareti vetrate sono protette da frangisole a lame orizzontali in alluminio e pannelli rivestiti sul lato esterno con doghe orizzontali in iroko.

L’alternanza di spazi pieni e vuoti, il sapiente utilizzo dei materiali (vetro, legno e acciaio in primis) e la grande ariosità dell’insieme danno vita ad un’architettura viva. Per rendere ancora più leggero il volume complessivo il piano terra è stato progettato e realizzato ad una quota lievemente rialzata rispetto al piazzale di lavoro mentre l’involucro edilizio è stato dinamizzato attraverso la creazione di ampie terrazze. Per non porre ostacoli visivi alla percezione d’insieme degli spazi e non alterare il continuo rapporto con l’esterno le divisioni interne dei locali sono state realizzate con partizioni sottili e trasparenti.

La leggerezza si rispecchia anche sugli interni, a doppia altezza e open space. La volontà di creare ambienti accoglienti che si ispirassero alla nautica ha orientato le scelte progettuali sia verso l’utilizzo dei colori del mare (bianco e blu) sia verso il legno, elemento fondamentale per il settore.

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Storia e statica del simbolo di Paperopoli in mostra al Museo del Fumetto di Milano

Ha quasi settant’anni ma non li dimostra e i segreti del suo deposito da “fantasticatilioni” di dollari sono stati finalmente svelati. Parliamo di Paperon de’ Paperoni, il più anziano e avaro della famiglia dei Paperi Disney a cui il Museo del Fumetto di Milano dedica la mostra “Zio Paperone e i segreti del deposito”. L’idea è venuta a Ferdinando Zanzottera, docente di Storia dell’Architettura al Politecnico di Milano, che l’ha realizzata insieme all’architetto Andrea Tardito e all’ingegnere Luca Sgambi e grazie alla collaborazione con il settimanale Topolino e la Scuola di Architettura Civile del Politecnico.

Si tratta di uno speciale excursus sulla storia personale ed editoriale di Zio Paperone. Si comincia con tutti i segreti di Uncle Scrooge Mc Duck (il suo nome originale), personaggio creato dal disegnatore americano Carl Barks nel 1947 ispirandosi proprio a Scrooge, il protagonista avaro e ricchissimo del “Canto di Natale” di Charles Dickens. Si esplorano i lati più nascosti del suo carattere anche tramite albi provenienti dalla Fondazione “Franco Fossati” e numeri rari di Topolino, come il 677 datato febbraio 1948, prima apparizione in Italia del papero multimilionario.

Ampio spazio, inoltre, a tutta la dinastia dei paperi, dai nipotini Qui, Quo, Qua a Paperino fino a Nonna Papera, senza trascurare i suoi nemici di sempre come Rockerduck, la strega Amelia e la Banda Bassotti, in un viaggio entusiasmante attraverso tavole e illustrazioni originali dello stesso Barks insieme a quelle di altri artisti come Giorgio Cavazzano, Andrea Freccero e Corrado Mastantuono. Un’installazione multimediale, realizzata da Global Media, permette di scoprire l’intero albero genealogico dei Duck Dysney mentre in anteprima saranno mostrate le tavole della nuova saga estiva “La grande corsa (contro il tempo)”, disegnata da Alessandro Perina e con i testi di Bruno Enna.

La seconda parte della mostra è dedicata all’aspetto urbanistico e architettonico di Paperopoli e del deposito di Uncle Scrooge. Come sarebbe la mappa della città se esistesse per davvero? Quanto sarebbe grande il deposito per contenere l’intero patrimonio di Zio Paperone che ammonta a 9 fantasticatilioni, 4 bilongilioni, 6 centrifrugalilioni, 8700 $ e 16 cents? A queste domande rispondono i bozzetti originali di Blasco Pisapia, disegnatore che nel 2014 ha dato vita ad una guida turistica di Paperopoli (pubblicata su Topolino), e “La fabbrica delle miniature”, che riproduce il mitico deposito nei minimi particolari.

Questo aspetto viene approfondito dall’ultima sezione della mostra, curata dall’ingegner Sgambi della Scuola di Architettura Civile, che mostra il progetto tecnico strutturale del deposito come se stesse per essere costruito nel mondo reale. Da qui si passa a installazioni e plastici di Paperopoli e del deposito realizzati dal laboratorio +Lab del Politecnico di Milano con la tecnica della stampa 3D, intervallati dai rendering di Global Media sugli edifici più interessanti di questa città immaginaria.

Porta d'accesso all'inframundo

Scoperte due città maya nella giungla messicana

Due antiche città maya nella giungla della penisola dello Yucatán, in Messico, sono state scoperte dall’archeologo sloveno Ivan Šprajc sulla base di foto aeree e satellitari della Reserva de la Biósfera de Calakmul, nello stato di Campeche. Le rovine appartengono a due città, Lagunita e Tamchén, popolate tra il 600 e il 1000 dopo Cristo.

Lagunita era già stata individuata negli anni ’60 in modo fortuito dall’archeologo statunitense Eric Von Euw, il quale, tuttavia, non riuscì mai a localizzarla con precisione. Rimasero così gli schizzi e i disegni, mai pubblicati, di ciò che aveva visto. Lagunita si sviluppa su un’area di 12 ettari ed è composta da edifici disposti attorno a delle piazze, un tempio piramidale di 20 metri d’altezza e un campo per il gioco della pelota.

La scoperta più sensazionale è, però, quella di una porta d’accesso all’ “inframundo”, che rappresenta le fauci aperte di una grande divinità zoomorfa della Terra, associata alla fertilità. Da qui si entrava in una grotta e nel mondo sotterraneo dell’acqua, il luogo dell’origine mitologica del mais e dimora degli antenati. La facciata è uno degli esempi meglio conservati di questo genere di porte, piuttosto comuni nel periodo tardoclassico dell’architettura nella regione del Río Bec.

Nel sito sono state rinvenute inoltre 10 steli scolpite e 3 altari religiosi circolari, anch’essi riportanti incisioni e glifi. Proprio da una di queste steli Octavio Esparza Olguin, docente della Universidad Nacional Autónoma de México, ha potuto decifrare la data riportata secondo il calendario maya: 29 novembre 711.

Anche a Tamchén (in lingua maya yucateca “pozzo profondo”) antiche piazze ed edifici includono i resti di un’acropoli e templi religiosi, tra cui una piramide con un santuario ben conservato sulla parte superiore, una stele e un altare alla sua base. Impressionanti gli oltre 30 chultunes riportati alla luce, camere sotterranee usate per la conservazione del mais o la raccolta dell’acqua piovana, alcune delle quali insolitamente grandi: si parla di oltre 13 metri di profondità.

Gli studiosi sottolineano l’importanza di questi ritrovamenti per le loro caratteristiche architettoniche e la grande quantità di resti di abitazioni. Nonostante le molte similitudini tra le due città, che potrebbero indurre ad una contemporaneità del loro sviluppo, Tamchén risulterebbe più antica di Lagunita: alcune prove dimostrerebbero la sua esistenza già nel Tardo Preclassico tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo dopo Cristo.