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Oggetti quotidiani creati in bassa definizione dall’artista giapponese Toshiya Masuda

Il digitale entra nell’analogico e viceversa nelle creazioni dell’artista nipponico Toshiya Masuda, il quale gioca a provocare un risultato che lascia confusi: ceramiche curate sin nei minimi dettagli riproducono gli oggetti della vita di tutti i giorni e li scompongono in pixel, come se piombassero direttamente dal mondo in 16 bit: una realtà in bassa definizione.

«Molte persone tendono a giudicare le cose in base alla propria esperienza o a quello che hanno imparato nella propria vita – stigmatizza l’artista – Per questo motivo associano la ceramic art alla creazione di vasi e statuette o alla texture e ai colori del materiale e quando sentono parlare di grafica computerizzata visualizzano solo immagini digitali, come quelle di un videogioco sullo schermo. Così ho deciso di lavorare su questo concetto creando immagini di computer graphic con la ceramica per conferire un aspetto tattile alla nuova realtà dei nostri tempi, quella digitale».

Ecco allora che la semplicità dei colori e delle forme analogiche, dalla palla da baseball al bicchiere per caffè di Starbucks, vengono frammentati in singoli cubetti. Masuda vuole instillare nello spettatore il dubbio se siano oggetti veri o solamente elaborazioni grafiche. «Ciascun oggetto viene modellato e colorato a mano – illustra – Non uso computer nel processo di produzione: ogni singolo dettaglio dell’opera arriva da un insieme di tecnica e immaginazione».

Masuda non è certo il primo “pixel artist”: già Louise De Saint Angel realizza su pannelli arazzi con strisce di tessuto, intrecciate fra loro, che formano un motivo utilizzando proprio il principio dei pixel e in cui l’immagine astratta viene scomposta in tanti piccoli elementi (Pixel di tessuto).

La copertina del libro

Cos’hanno in comune un affermato giornalista di mezz’età, corrispondente a Washington per il St. Petersburg Times, un diciassettenne olandese vagamente sociopatico e twitt – dipendente, un’avvocato keniana che lavora nel team di Google, una giovane deputata irlandese appassionata di cavilli legislativi e un designer polacco che lavora per la svedese Bonnier? È quello che tentano di spiegarci Raffaele Mastrolonardo (cofondatore di effecinque e collaboratore di Sky.it, Corriere della Sera e il manifesto) e Nicola Bruno (cofondatore di effecinque) nel libro evento del 2011, “La scimmia che vinse il Pulitzer. Personaggi, avventure e (buone) notizie dal mondo dell’informazione” (http://lascimmiachevinseilpulitzer.it).

Il saggio, attraverso il racconto di storie personali, poco note e paradigmatiche, affronta un tema caro a tutti i militanti nel settore dell’informazione: la crisi in cui versa il giornalismo moderno, apparentemente destinato ad un’ineluttabile fine.

Per rispondere alla domanda, infatti, i personaggi hanno in comune il fatto di essere portavoce di istanze di rinnovamento del giornalismo con operazioni originali e diversificate. Tra i vari esempi spicca quello che dà il nome al libro, l’eclatante racconto della “scimmia” di Stats Monkey, un software in grado di redigere un articolo giornalistico – limitato finora al “solo” ambito del baseball – dallo stile perfetto e senza i noiosi errori di grammatica spesso presenti negli articoli dei giornalisti in carne ed ossa.

Sembra una rivoluzione epocale. Forse quella che renderà per sempre obsoleto il ruolo del giornalista “di ciccia”. Forse. Se non fosse che, come emerge da un’analisi recente, la scimmia impeccabile toppa sul piano emotivo. Sembrava la Caporetto del giornalismo, invece riemerge, forse, una speranza: per contrastare la dittatura dei computer si può ancora puntare sulla perfetta integrazione di impeccabilità della macchina ed emotività umana.

Scimmia e reporter: è dunque questa la nuova accoppiata vincente nel panorama giornalistico contemporaneo? Sì, a parere degli autori. Il giornalista deve rendersi capace di padroneggiare con una certa destrezza i nuovi mezzi tecnologici e dialogare con loro in perfetta intesa.