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In Europa 600mila apolidi senza diritti, in Italia a rischio 15mila giovani soprattutto Rom

Bloccati in un limbo come “fantasmi legali” e di fatto più vulnerabili alle violazioni dei diritti umani, dallo sfruttamento alla detenzione. Sono i circa 600mila apolidi che vivono oggi in Europa per i quali più di 50 organizzazioni della società civile rappresentate nella Rete Europea sull’Apolidia chiedono ai leader europei di ratificare la Convenzione Onu del 1954 relativa allo status degli apolidi entro la fine del 2014 e di impegnarsi a porre in essere adeguate misure di protezione e riconoscimento dell’apolidia.

«Gli apolidi in Europa hanno urgente bisogno del nostro aiuto», ammonisce Chris Nash, coordinatore dell’European Network on Statelessness. «Il fatto che ci siano 600mila apolidi dimostra quanto questa azione sia necessaria. Ratificare la Convezione è un primo passo essenziale che dovrà essere seguito dall’introduzione di procedure di identificazione e regolarizzazione di fondamentale importanza per aiutare gli apolidi a ricostruirsi una vita».

«L’apolidia rimane una questione nascosta e poco compresa», spiega Nash. «Mentre i governi e la società civile spesso non sono consapevoli del problema, molti apolidi sono di fatto intrappolati ai margini della società senza che i loro diritti umani siano rispettati. Crediamo che tutti gli esseri umani abbiano diritto ad avere una nazionalità e coloro che ne sono sprovvisti hanno comunque diritto ad una protezione adeguata, incluso il diritto a vedere regolarizzato il proprio status e a godere dei diritti fondamentali in ambito civile, economico, sociale e culturale, come previsto dalle norme internazionali».

Secondo Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, in Italia sono circa 15mila giovani a rischio apolidia, presenti soprattutto nella popolazione Rom arrivata in Italia durante gli anni ’90 con lo smembramento della Jugoslavia. «La loro situazione senza documenti e di fatto senza diritti richiede urgentemente risposte concrete», afferma Hein.

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Anche i compagni dei pazienti che hanno ricevuto una diagnosi sbagliata hanno diritto ad un risarcimento

In caso di diagnosi sbagliate anche il congiunto del paziente ha diritto al risarcimento per danni morali. Questa la posizione dello Sportello dei Diritti, che estende anche al compagno, al marito, alla moglie di chi è stato vittima di malasanità un risarcimento per la depressione e i problemi che una diagnosi sbagliata potrebbe aver causato nella vita di coppia.

Questo principio, ritenuto sacrosanto da parte dell’associazione, è avvalorato anche dalla sentenza 14040/13 della IIIª sezione civile della Cassazione, pubblicata martedì scorso, che fa riferimento a casi nei quali la vittima ha subito un intervento invasivo inutile dopo una diagnosi sbagliata di cancro.

La sentenza riguarda il caso di una coppia di coniugi che ha dovuto subire un calvario di questo genere dopo l’asportazione di un banale neo alla gamba del marito e un’errata diagnosi di melanoma. La biopsia aveva poi smentito la malattia ma il paziente era convinto che fosse solo una bugia per farlo morire in pace, senza preoccupazioni. L’uomo era caduto in depressione e la vita per la coppia era diventata un inferno.

Per questo motivo la Suprema Corte ha accolto le richieste dei legali della coppia, obbligando al risarcimento anche della moglie. Una sentenza molto importante per le vittime di malasanità e i loro familiari.

Daayiee Abdullah, l’imam in prima linea per i diritti degli omosessuali

L’imam di Washington Daayiee Abdullah, che guida la moschea progressista Luce della Riforma, non solo rompe il muro di omertà dichiarandosi omosessuale ma da anni aiuta coppie gay a sposarsi. Il suo, però, non è un impegno che vuole fermarsi a celebrare nikah (matrimoni islamici) tra persone dello stesso sesso. Come ebbe modo di dichiarare già qualche anno fa: «Invito caldamente i credenti omosessuali a utilizzare le leggi di quegli Stati che garantiscono il diritto al matrimonio per proteggere i propri interessi».

La sua lotta, dunque, non rimane confinata all’interno del proprio perimetro religioso, visto che si è detto molto favorevole anche ad unioni tra persone di religione differente, ma è rivolta all’ottenimento dei diritti civili.

È un segnale molto forte in un Paese che, sebbene sia attraversato da molti conservatorismi e fanatismi religiosi, non smette di far emergere forti segnali di cambiamento. Dopo la richiesta di pronunciamento in materia di unioni civili, inoltrata alla Corte Suprema da parte del presidente Obama, e in attesa della decisione a giugno, le dichiarazioni di Daayiee Abdullah sembrano la testimonianza migliore di come una politica di estensione dei diritti possa impulsare un processo di cambiamento anche nei radicalismi comunitari.

Davanti ad una platea di attivisti gay Abdullah non ha solo affermato di aderire alla battaglia per i matrimoni omosessuali ma ha anche dichiarato «che siamo all’inizio di un movimento per un Islam più inclusivo in America».