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Oggetti quotidiani creati in bassa definizione dall’artista giapponese Toshiya Masuda

Il digitale entra nell’analogico e viceversa nelle creazioni dell’artista nipponico Toshiya Masuda, il quale gioca a provocare un risultato che lascia confusi: ceramiche curate sin nei minimi dettagli riproducono gli oggetti della vita di tutti i giorni e li scompongono in pixel, come se piombassero direttamente dal mondo in 16 bit: una realtà in bassa definizione.

«Molte persone tendono a giudicare le cose in base alla propria esperienza o a quello che hanno imparato nella propria vita – stigmatizza l’artista – Per questo motivo associano la ceramic art alla creazione di vasi e statuette o alla texture e ai colori del materiale e quando sentono parlare di grafica computerizzata visualizzano solo immagini digitali, come quelle di un videogioco sullo schermo. Così ho deciso di lavorare su questo concetto creando immagini di computer graphic con la ceramica per conferire un aspetto tattile alla nuova realtà dei nostri tempi, quella digitale».

Ecco allora che la semplicità dei colori e delle forme analogiche, dalla palla da baseball al bicchiere per caffè di Starbucks, vengono frammentati in singoli cubetti. Masuda vuole instillare nello spettatore il dubbio se siano oggetti veri o solamente elaborazioni grafiche. «Ciascun oggetto viene modellato e colorato a mano – illustra – Non uso computer nel processo di produzione: ogni singolo dettaglio dell’opera arriva da un insieme di tecnica e immaginazione».

Masuda non è certo il primo “pixel artist”: già Louise De Saint Angel realizza su pannelli arazzi con strisce di tessuto, intrecciate fra loro, che formano un motivo utilizzando proprio il principio dei pixel e in cui l’immagine astratta viene scomposta in tanti piccoli elementi (Pixel di tessuto).

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Molti pittori dipingono le grigie e tetri barriere di cemento della città

Baghdad è la capitale che presenta il maggior numero di barriere di cemento al mondo, comparse per la prima volta nel 2003 e diventate ormai veri monumenti alla violenza che caratterizza da anni la città. L’inizio della guerra civile ha costretto il governo e le forze armate americane a separare molte zone e circondare i siti sensibili (sedi amministrative, università, luoghi di culto, centri commerciali) con possenti muri prefabbricati che hanno finito per caratterizzare la stessa estetica urbana.

Ma ora c’è chi ha deciso di fare qualcosa. Un gruppo di giovani ha promosso l’iniziativa “A Baghdad mancano i colori” per cambiare l’aspetto della città dipingendo e colorando le barriere grigie. Ne parla uno dei promotori, Saqr Maen: «Sappiamo che non è possibile eliminare le barriere perché esistono oggettivi problemi di sicurezza – dichiara – ma queste mura possono essere migliorate».

Molti pittori, anche non professionisti, hanno aderito all’iniziativa con l’intento di ridare un po’ di allegria almeno visiva. «I soggetti dei disegni sono stati scelti tra monumenti iracheni, alshanashil (costruzioni tipiche irachene), palme e paesaggi – aggiunge Saqr – Pittureremo tutte le barriere per nascondere quel colore pallido e tetro che porta diritto alla depressione».

La campagna, appena iniziata in un quartiere di Baghdad, si sposterà in pochi giorni nelle altre zone. Inoltre Saqr invita Comune e Provincia ad abbellire le strade e gli edifici con cose semplici, di poco costo, per migliorarne il paesaggio, portando un effetto positivo sugli abitanti.

Gli scatti in rilievo del fotografo Juan Torre per i non vedenti come lui

Fotografie in rilievo che possono essere toccate e ammirate anche da non vedenti. Un’idea rivoluzionaria che nasce in Spagna ad opera del fotografo Juan Torre, diventato cieco alcuni anni fa a causa di una rara malattia. Torre ha dato vita a “Imagenes para tocar”: gli scatti vengono stampati in rilievo grazie ad una speciale tecnica che riesce a mettere in evidenza forme e particolari che possono essere percepiti anche dai non vedenti.

Fotografo per vocazione Juan Torre si è dovuto ingegnare per poter continuare a seguire la sua passione. Sulla sua macchina ha attivato degli avvisatori acustici su cui scherza dicendo che «fa le foto con l’orecchio». La malattia che lo ha colpito è la Sindrome di Behcet e provoca emorragie agli occhi che portano gradualmente alla cecità. Ora il fotografo può contare su un residuo di vista del 6% nell’occhio sinistro.

In “Immagini da toccare” le foto di grande formato vengono stampate su un pannello di Dibond con colori ultravioletti che si trasformano seccandosi in polimeri plastici e che conferiscono alle immagini un rilievo. Questo fa sì che le foto possano essere toccate e “guardate” attraverso le dita. Per ora il progetto ha girato soprattutto la Spagna: Valencia, Saragozza, Madrid, Bilbao, Cordoba. Ma Juan Torre lo considera «universale» e vorrebbe farlo conoscere in tutto il mondo, anche in Italia.

«L’idea è nata dalla mia condizione visiva», spiega Torre. «Volevo che i miei amici dell’Organizzazione nazionale dei Ciechi spagnoli apprezzassero il mio lavoro e potessero capire le mie fotografie per poterle condividere e commentare con altre persone. Per questo l’immagine è divenuta forma e la forma rende possibile la conversazione davanti ad una fotografia: tra non vedenti, tra vedenti, tra coloro che posseggono una buona vista e coloro ai quali non resta che un residuo visivo. Immagini per tutti, appunto».