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Biram Dah Abeid, attivista contro la schiavitù, alle ultime elezioni ha ottenuto un insperato 10% dei voti

In Mauritania la schiavitù è ancora una realtà. In questo Paese poverissimo di 3 milioni e mezzo di abitanti si calcola che siano almeno 700mila (il 20% della popolazione) le persone costrette a vivere alle dipendenze di un padrone e di queste 100mila sono in totale schiavitù. Anche chi si emancipa subisce continue discriminazioni. I crimini contro schiavi ed ex schiavi molto spesso non vengono perseguiti o comportano pene lievi. Tutta la vita politica ed economica del Paese è sbilanciata a favore degli arabo berberi. Nel 2013 solo 5 dei 95 seggi presso l’Assemblea Nazionale erano occupati da neri.

Un segno di speranza è arrivato dalle ultime elezioni del giugno 2014 in cui ha stupito il 10% ottenuto dall’outsider Biram Dah Abeid, ex schiavo, leader dell’Ira (Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste) e membro di SOS Esclaves, associazione che tenta di rendere consapevoli dei loro diritti gli schiavi.

«Servi il padrone e taci – spiega – Sai che anche tuo padre lo fa e anche il padre di tuo padre lo faceva. Vivi nella stessa casa di chi ti possiede e cresci assieme ai suoi figli ma poi capisci che sei diverso. Non potrai studiare e se non lavorerai verrai picchiato».

Nel 2012 Dah Abeid bruciò pubblicamente alcuni libri pseudoislamici che indottrinavano gli schiavi ad essere fieri della loro condizione. Quel gesto eclatante gli costò il carcere ma gli aprì la strada al favore di molti e all’attenzione nazionale e internazionale. Dah Abeid ha ottenuto una nomination al Premio Sakharov per la libertà di pensiero ed è stato invitato dal presidente Obama alla Casa Bianca.

Ma la strada da percorrere per l’emancipazione degli schiavi mauritani è ancora molto lunga. «Subiscono regolarmente arresti, torture e incarcerazioni – dichiara Dah Abeid – In questo momento tre nostri attivisti stanno scontando una detenzione per aver difeso un gruppo di donne espropriate delle loro terre. I tempi non sono maturi ma la rivoluzione in Mauritania sarà fatta dagli schiavi».

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Turni massacranti e liberatorie in caso di morte sul lavoro: il calvario delle lavoratrici straniere in Giappone

Con l’economia che torna a crescere e la popolazione che invecchia il Giappone si trova a fronteggiare carenze di forza lavoro. Nel settore dell’assistenza sanitaria negli ultimi 5 anni sono aumentate le assunzioni di infermiere straniere, provenienti principalmente dal SudEst asiatico.

Il caso della Juju Corp., un’azienda di Osaka che fornisce personale sanitario a una decina di strutture nel Kansai, ha svelato una zona grigia di sfruttamento e mancanza di diritti. Secondo un documento che la Juju Corp. ha presentato ad alcune sue dipendenti filippine, in caso di morte naturale il dipendente rinuncia ad avvalersi di azioni legali o a chiedere risarcimenti all’azienda.

Inoltre l’azienda tratteneva fondi dagli stipendi come garanzia sui prestiti con cui aiutava le lavoratrici ad ottenere il visto per il Giappone. Alcune hanno denunciato condizioni di lavoro estreme e turni massacranti: una di loro sarebbe stata costretta a fare 13 turni notturni in un mese.

Un sondaggio del 2008 dimostra che almeno 1 addetto su 23 lavora ad un livello che può condurre al “karoshi”, “morte da superlavoro”. Del resto i lavoratori giapponesi sono troppo pochi e continuano a diminuire, conseguenza di un invecchiamento della popolazione a ritmi sostenuti: oltre un quarto della popolazione ha 65 anni ed è in età pensionabile.

A patire di più della carenza di forza lavoro è proprio la sanità. Secondo il ministero il comparto infermieristico è sotto organico di oltre 40mila unità. Tuttavia per rimanere in Giappone bisogna superare un esame di abilitazione professionale, per la preparazione del quale occorrono soldi e tempo. Di possibilità, dunque, ne rimangono poche: tornare in patria o rimanere illegalmente.

Commercio equosolidale in Italia da record: +17% nel 2013

Cresce a due cifre il commercio equo e solidale in Italia facendo registrare un’impennata del giro d’affari pari al 17%, che equivale a 76 milioni € nel 2013. I consumatori di cacao, zucchero e cotone scelgono il modello di commercio etico.

Il boom di vendite si realizza in un contesto di crisi economica, il che fa riflettere sulla necessità dei consumatori di affidarsi a prodotti di qualità che assicurino attenzione sia all’ambiente sia ai diritti dei lavoratori che li portano sul mercato. Infatti la ricerca di mercato condotta da Nielsen e presentata nei giorni scorsi a Milano attesta che per il 97% degli intervistati è importante il processo produttivo, per il 65% i prodotti etici sono già conosciuti e il 41% li considera affidabili.

Il prodotto fairtrade maggiormente venduto sono le banane, che hanno fatto registrare il +8%, ossia 9mila tonnellate, in particolare quelle biologiche che fanno registrare addirittura il +13%. Quindi 6 delle banane vendute nel 2013 avevano la certificazione sia biologica sia del commercio equosolidale. Si piazzano bene anche i prodotti dolciari (+52%) mentre il caffè fa registrare il +15% con 550 tonnellate di caffè verde.

«Fairtrade è un circuito virtuoso che continua a registrare segnali positivi», dichiara Paolo Pastore, direttore operativo del marchio equo e solidale più conosciuto grazie alla qualità dei prodotti e ad una comunicazione etica. «Il trend di sviluppo ci incoraggia a portare avanti il lavoro svolto negli ultimi anni, anche alla luce della ricerca Nielsen. Questo accade nei 20 anni dalla nostra fondazione, che festeggeremo ad ottobre, e ci dà piena soddisfazione dei risultati raggiunti».