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Molti pittori dipingono le grigie e tetri barriere di cemento della città

Baghdad è la capitale che presenta il maggior numero di barriere di cemento al mondo, comparse per la prima volta nel 2003 e diventate ormai veri monumenti alla violenza che caratterizza da anni la città. L’inizio della guerra civile ha costretto il governo e le forze armate americane a separare molte zone e circondare i siti sensibili (sedi amministrative, università, luoghi di culto, centri commerciali) con possenti muri prefabbricati che hanno finito per caratterizzare la stessa estetica urbana.

Ma ora c’è chi ha deciso di fare qualcosa. Un gruppo di giovani ha promosso l’iniziativa “A Baghdad mancano i colori” per cambiare l’aspetto della città dipingendo e colorando le barriere grigie. Ne parla uno dei promotori, Saqr Maen: «Sappiamo che non è possibile eliminare le barriere perché esistono oggettivi problemi di sicurezza – dichiara – ma queste mura possono essere migliorate».

Molti pittori, anche non professionisti, hanno aderito all’iniziativa con l’intento di ridare un po’ di allegria almeno visiva. «I soggetti dei disegni sono stati scelti tra monumenti iracheni, alshanashil (costruzioni tipiche irachene), palme e paesaggi – aggiunge Saqr – Pittureremo tutte le barriere per nascondere quel colore pallido e tetro che porta diritto alla depressione».

La campagna, appena iniziata in un quartiere di Baghdad, si sposterà in pochi giorni nelle altre zone. Inoltre Saqr invita Comune e Provincia ad abbellire le strade e gli edifici con cose semplici, di poco costo, per migliorarne il paesaggio, portando un effetto positivo sugli abitanti.

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In concorso al Festival del Cinema africano “Ladder to Damascus”, girato clandestinamente in Siria

Il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina torna nelle sale di Milano. Con un budget di 170mila euro, la metà dell’anno scorso, e meno film e documentari: in tutto 50, contro gli 80 del 2013. «Ma non abbiamo risparmiato sulla qualità», assicura Alessandra Speciale, codirettrice artistica insieme ad Annamaria Gallone. La 24ma edizione si terrà dal 6 al 12 maggio. Selezionati tra 700 opere si annoverano anche due prime mondiali, sei europee e 28 italiane. Quattro le sezioni competitive: lungometraggi, cortometraggi, “Extr’A” (dedicata ad opere di cineasti italiani girate nei tre continenti o sul tema dell’immigrazione) ed “Eventi speciali Flash”.

I film e i documentari permettono di conoscere le culture dei diversi popoli del mondo e guardare con il punto di vista dei registi alcune delle tragedie che riempiono i notiziari. Come quella della Siria, grazie al film “Ladder to Damascus” di Mohamed Malas. Girato clandestinamente in uno spazio chiuso, mette in scena la rappresentazione simbolica e stilizzata della paura e dello sgomento per ciò che sta succedendo nel Paese. Un film sulla guerra civile che mai la mostra direttamente. Solo il suono reale riporta costantemente il rombo degli elicotteri e degli aerei.

Due le sezioni fuoriconcorso: “Films that Feed”, legata al tema di Expo 2015 “Nutrire il Pianeta”, e “E tutti ridono – Le più divertenti commedie da Africa, Asia e America Latina”. La sezione “Films that Feed” è organizzata insieme alla Fondazione Acra con il patrocinio di Slow Food. I film di questa sezione affrontano la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche, l’agrobusiness, la sicurezza e la salute alimentare.

Punto di incontro per gli ospiti e il pubblico sarà anche il Festival Center presso la Casa del Pane di Porta Venezia, in cui sarà possibile gustare brunch e aperitivi con specialità da tutto il mondo. Un’attenzione particolare è data alle scuole, con proiezioni ad hoc al mattino. Una giuria di studenti e una di insegnanti assegneranno due premi al miglior cortometraggio. Nel programma è previsto anche lo Spazio Università con una serie di incontri sulle cinematografie dei tre continenti, grazie alla collaborazione di alcuni docenti delle università Cattolica e Bicocca.

Ritornano in Afghanistan antiche statue preislamiche trafugate durante la guerra civile

La Germania ha restituito all’Afghanistan otto statue del II secolo dopo Cristo, che erano state trafugate durante la guerra civile afghana negli anni Novanta. Si tratta di otto figurine alte circa 30 centimetri in terracotta, testimonianza della cultura preislamica del Paese. Le statuine rappresentano uomini che rendono omaggio al Buddha sul suo trono nell’antico regno di Gandhara.

«È un miracolo, sono ottimista che in futuro avremo indietro altre opere d’arte», ha detto Omara Khan Masoudi, direttore del Museo Nazionale dell’Afghanistan, che ospitava le figurine prima che fossero rubate. Durante la guerra sono spariti dai musei di Kabul circa 70mila pezzi, la maggior parte dei quali venduti al mercato nero delle opere d’arte. Masoudi, il cui museo è stato pesantemente bombardato durante la guerra, sta lavorando per farli tornare in patria.

Grazie ad un accordo stipulato tra il governo di Kabul, l’Unesco e l’Interpol, più di 8mila reperti sono stati riportati in Afghanistan dal 2007, tra cui un Buddha ligneo del V secolo.

Lo sforzo della comunità internazionale affinchè il tormentato stato centroasiatico ritrovi le sue radici continua. Dieci milioni di dollari sono arrivati a Kabul, la metà dagli Stati Uniti, per la costruzione di un nuovo museo che sarà costruito accanto al vecchio, con sistemi di sicurezza e climatizzazione all’avanguardia.