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Oggetti quotidiani creati in bassa definizione dall’artista giapponese Toshiya Masuda

Il digitale entra nell’analogico e viceversa nelle creazioni dell’artista nipponico Toshiya Masuda, il quale gioca a provocare un risultato che lascia confusi: ceramiche curate sin nei minimi dettagli riproducono gli oggetti della vita di tutti i giorni e li scompongono in pixel, come se piombassero direttamente dal mondo in 16 bit: una realtà in bassa definizione.

«Molte persone tendono a giudicare le cose in base alla propria esperienza o a quello che hanno imparato nella propria vita – stigmatizza l’artista – Per questo motivo associano la ceramic art alla creazione di vasi e statuette o alla texture e ai colori del materiale e quando sentono parlare di grafica computerizzata visualizzano solo immagini digitali, come quelle di un videogioco sullo schermo. Così ho deciso di lavorare su questo concetto creando immagini di computer graphic con la ceramica per conferire un aspetto tattile alla nuova realtà dei nostri tempi, quella digitale».

Ecco allora che la semplicità dei colori e delle forme analogiche, dalla palla da baseball al bicchiere per caffè di Starbucks, vengono frammentati in singoli cubetti. Masuda vuole instillare nello spettatore il dubbio se siano oggetti veri o solamente elaborazioni grafiche. «Ciascun oggetto viene modellato e colorato a mano – illustra – Non uso computer nel processo di produzione: ogni singolo dettaglio dell’opera arriva da un insieme di tecnica e immaginazione».

Masuda non è certo il primo “pixel artist”: già Louise De Saint Angel realizza su pannelli arazzi con strisce di tessuto, intrecciate fra loro, che formano un motivo utilizzando proprio il principio dei pixel e in cui l’immagine astratta viene scomposta in tanti piccoli elementi (Pixel di tessuto).

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Una startup americana ha registrato il brevetto per una nuova forma di intrattenimento

Un paio di occhiali e un guanto tattile con cui interagire con schermi immateriali sono gli strumenti della nuovissima realtà cinematica, una innovativa forma di realtà iperrealistica recentemente brevettata da Magic Leap. Fino allo scorso ottobre della startup nata a Hollywood nel 2011 si sapeva poco, poi un investimento da 542 milioni di dollari capitanato da Google ha acceso i riflettori sulla società. La missione dell’azienda è rimasta comunque misteriosa se non per il manifesto che campeggia sul suo sito web: «È ora di riportare la magia nel mondo».

Le illustrazioni del brevetto depositato negli Stati Uniti mostrano schermi che si aprono su pareti e pavimenti o in una sorta di anello che avvolge il corpo come un hula hoop. Social network a cui accedere muovendo l’indice o toccando un braccialetto, persone che appaiono per fare yoga insieme a noi e medici che mostrano in tre dimensioni un intervento al paziente.

In sostanza viene prefigurata una realtà che può essere arricchita sovrapponendole l’immaginazione per facilitare il lavoro o intrattenere e con un business che le si può costruire tutt’attorno, dalle applicazioni per la produttività a nuove forme di pubblicità nei negozi.