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Oggetti quotidiani creati in bassa definizione dall’artista giapponese Toshiya Masuda

Il digitale entra nell’analogico e viceversa nelle creazioni dell’artista nipponico Toshiya Masuda, il quale gioca a provocare un risultato che lascia confusi: ceramiche curate sin nei minimi dettagli riproducono gli oggetti della vita di tutti i giorni e li scompongono in pixel, come se piombassero direttamente dal mondo in 16 bit: una realtà in bassa definizione.

«Molte persone tendono a giudicare le cose in base alla propria esperienza o a quello che hanno imparato nella propria vita – stigmatizza l’artista – Per questo motivo associano la ceramic art alla creazione di vasi e statuette o alla texture e ai colori del materiale e quando sentono parlare di grafica computerizzata visualizzano solo immagini digitali, come quelle di un videogioco sullo schermo. Così ho deciso di lavorare su questo concetto creando immagini di computer graphic con la ceramica per conferire un aspetto tattile alla nuova realtà dei nostri tempi, quella digitale».

Ecco allora che la semplicità dei colori e delle forme analogiche, dalla palla da baseball al bicchiere per caffè di Starbucks, vengono frammentati in singoli cubetti. Masuda vuole instillare nello spettatore il dubbio se siano oggetti veri o solamente elaborazioni grafiche. «Ciascun oggetto viene modellato e colorato a mano – illustra – Non uso computer nel processo di produzione: ogni singolo dettaglio dell’opera arriva da un insieme di tecnica e immaginazione».

Masuda non è certo il primo “pixel artist”: già Louise De Saint Angel realizza su pannelli arazzi con strisce di tessuto, intrecciate fra loro, che formano un motivo utilizzando proprio il principio dei pixel e in cui l’immagine astratta viene scomposta in tanti piccoli elementi (Pixel di tessuto).

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L’abito Versace di Jennifer Lopez ai Grammy 2000 ispirò la creazione di Google Image Search

Lo splendido abito verde a stampa tropicale con scollatura abissale di Versace sfoggiato da Jennifer Lopez ai Grammy Awards 2000 ha segnato la storia dei red carpet e non solo. Perfetto addosso al corpo della cantante e attrice fu proprio quell’abito ad ispirare agli sviluppatori di Google la creazione di Google Image Search. A svelare questa curiosità è il presidente di Google Eric Emerson Schmidt, che in un saggio illustra la dinamica della creazione della funzione di ricerca per immagini sul motore più usato al mondo.

«Le persone volevano più del testo – spiega – Ciò è diventato palese dopo i Grammy del 2000 dove Jennifer Lopez ha indossato un vestito che catturò l’attenzione del mondo. In quel momento era la chiave di ricerca più popolare che avessimo ma non eravamo sicuri al cento per cento di dare agli utenti quello che volevano, ossia J. Lo con quel vestito. Così Google Image Search era nato».

Un vestito che ha segnato la storia del costume mondiale, creato da Donatella Versace che nel 2008 fa commentò con parole stupefatte il lontano successo: «Era completamente inaspettato. Il giorno successivo Jennifer era ovunque con le persone che parlavano solo di quel vestito. È stato un momento come quello che ebbe mio fratello Gianni con il vestito di spille da balia di Elizabeth Hurley».

La ricostruzione approssimativa (a destra) di un clip filmato (a sinistra) attraverso il brain imaging

A vederla così sembrerebbe la scena tratta dal film “Il sesto giorno” in cui alcuni killer guardano le ultime immagini viste dagli occhi di Arnold Schwarzenegger. Eppure un gruppo di ricercatori della californiana Berkley University è arrivato vicinissimo a questi scenari da fantascienza, riuscendo per primi a leggere per immagini la mente umana.

Un esperimento dai risultati spettacolari, partito dall’utilizzo di una specifica macchina per la risonanza magnetica funzionale che ha permesso di ricostruire le immagini viste da un soggetto volontario a partire dall’attività cerebrale.

Questa stessa macchina è praticamente riuscita a tracciare l’afflusso di sangue verso il cervello umano, in particolare nella corteccia che processa le informazioni di natura visiva. L’attività cerebrale registrata è stata poi riversata in un algoritmo per la ricostruzione delle immagini, tratte da alcuni trailer cinematografici.

«È come guardare un film», ha spiegato Shinji Nishimoto, alla guida del team di ricercatori dell’ateneo americano. «Prima che questa tecnologia abbia una più vasta diffusione, però, dobbiamo capire come il cervello processa queste esperienze visuali dinamiche.»