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Il dispositivo monitora l’inquinamento in casa o in ufficio

Un guardiano high tech della salute delle persone in casa e nei luoghi di lavoro. Il suo nome è Nuvap N1 ed è un piccolo dispositivo, il primo ad uso domestico, in grado di individuare la presenza di inquinanti, potenziale causa nel tempo di malattie, con lo scopo di eliminarne o limitarne gli effetti dannosi. A produrlo l’omonima azienda di Navacchio, frazione di Cascina, in provincia di Pisa, specializzata in dispositivi per il monitoraggio dell’inquinamento indoor.

Attraverso i sensori di precisione di cui è dotato Nuvap N1 è in grado di rilevare fino a 24 diversi parametri ambientali tra cui inquinamento elettromagnetico, acustico e idrico, gas radon, radiazioni, monossido di carbonio, metano e presenza di polveri sottili. Grazie alle informazioni fornite è possibile determinare lo stato di salubrità di un ambiente in modo tale da poter prevenire ad esempio fughe di gas o modificare la disposizione dei letti per evitare l’esposizione a fonti elettromagnetiche.

Tramite Nuvap App sono consultabili da remoto tutti i parametri monitorati. L’applicazione dà anche consigli su quali comportamenti adottare nel caso siano rilevati inquinanti.

L’inquinamento interferisce sulla fauna marina nel Mar Tirreno

Due recenti pescate di tonnetti creano nuova preoccupazione sull’inquinamento del Mar Tirreno. Nelle scorse settimane sono stati catturati da pescatori amatoriali al largo di Campora San Giovanni 12 tonnetti alletterati che presentavano una malformazione alla lisca, che l’ha resa bifida. Anche nel settembre 2013 furono pescati 10 tonnetti con la lisca malformata nei pressi di Fiumefreddo Bruzio, vicino Campora San Giovanni.

La pescata dello scorso anno fu analizzata in un laboratorio privato su richiesta di Silvio Greco, ex assessore regionale all’Ambiente della Calabria, biologo marino, docente di Produzioni agroalimentari all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, dirigente di ricerca dell’Ispra, presidente del Comitato Scientifico di Slow Fish nonché membro del gruppo di Strategia Marina presso il Ministero dell’Ambiente.

I risultati delle analisi sui tonnetti pescati nel 2013 evidenziarono la presenza di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici con valori molto elevati. Queste pescate fanno supporre che i tonnetti contaminati siano nati proprio nelle acque di Amantea (Cosenza), sebbene in grado di percorrere parecchi chilometri e provenire da altre zone inquinate. Ma considerata la lunghezza dei tonnetti pescati (circa 30 cm) e la ripetitività della pesca nella medesima zona si pensa che il focolaio di contaminazione sia proprio nel mare calabrese.

«È evidente che a questo punto c’è qualcosa di sospetto e che ciò meriti tutti gli approfondimenti del caso – spiega Greco – Resta da comprendere dove sia collocata la fonte d’inquinamento e a cosa sia dovuta: un primo step per avviare un monitoraggio più ampio e complesso con il coinvolgimento auspicabile di altri specialisti del settore».

La costa tirrenica cosentina è stata teatro negli anni ’90 del traffico di rifiuti a bordo di navi, gestito dalla ‘Ndrangheta, che versavano in mare materiale inquinante.

Batteri speciali sono in grado di restaurare superfici murarie e sculture

In una costruzione rinascimentale sul colle romano del Palatino sono stati applicati ceppi di batteri in grado di effettuare un biorestauro conservativo in cui idrocarburi e patine sono stati eliminati attraverso specifici e selezionati microrganismi.

«Nella nostra collezione Enea – Lilith ci sono circa 500 ceppi batterici selezionati in anni di lavoro», spiega Anna Rosa Sprocati, responsabile delle attività di biorestauro. «I ceppi batterici che abbiamo impiegato vengono da miniere italiane e polacche e dalle tombe etrusche di Tarquinia ed erano stati scelti in origine perché adatti, grazie alle loro caratteristiche metaboliche, ad azioni di risanamento ambientale. I microrganismi hanno agito in modo selettivo nutrendosi delle sostanze proteiche che rappresentavano in quel caso la loro unica fonte di carbonio o dissolvendo i depositi inorganici attraverso prodotti del loro metabolismo».

Il processo è coperto da un brevetto Enea e si sta applicando in numerosi casi, come il restauro di statue italiane del primo Novecento. «Grazie a tali batteri in grado di metabolizzare gli idrocarburi siamo riusciti a rimuovere dalla Lupa di Grazioli, rimasta all’aperto per 40 anni, parte dei residui nerastri causati dall’inquinamento urbano», dichiara la ricercatrice.

Poichè nel resturo si usano spesso prodotti tossici e spesso aggressivi anche per l’opera d’arte, «usando i batteri si potrebbero sviluppare prodotti sicuri, innocui e a basso costo. I batteri rappresentano una miniera di funzioni oggi ancora in gran parte inesplorate a cui attingere per molteplici applicazioni».