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Sapegno (La Sapienza): «La nostra lingua fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista»

Pur avendo tutte le possibilità per offrire la parità di genere la lingua italiana continua ad essere caratterizzata da uno scarto importante tra maschile e femminile. L’uso di termini maschili per riferirsi a cariche ricoperte da donne ne è un esempio. Anche la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha sottolineato «l’esigenza dell’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, professionale e sociale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere».

Ruoli politici e amministrativi vanno declinati al femminile: la presidente, la vicepresidente, la deputata, la capogruppo, la ministra, la segretaria generale. Lo raccomandano l’Accademia della Crusca e la Guida alla Redazione degli Atti amministrativi dell’Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione giuridica.

Ma la questione non si limita alla politica. «La divaricazione tra la società nella quale ormai molte donne occupano posti di rilievo e una lingua che ancora molto spesso le cancella con l’utilizzo del maschile ha origini varie – spiega Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e Studi di genere presso l’Università La Sapienza di Roma – In primo luogo si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, in secondo luogo la femminilizzazione dei termini, pur prevista dall’italiano, produce una svalorizzazione del titolo, come nel caso di “segretario” e “segretaria”, per fatti legati al rapporto gerarchico esistente tuttora tra maschile e femminile».

Perché è così difficile compiere questo cambiamento?
«La lingua è un organismo vivo e dinamico, uno strumento fondamentale del nostro pensiero attraverso cui diamo ordine ed esistenza al mondo intorno a noi. È in grado di rinnovarsi per coprire e descrivere tutto il reale e nella realtà deve prendere atto sempre di più dell’esistenza di due soggetti sessuati. Le resistenze hanno a che vedere proprio con questo cambiamento, difficile per molti, che mette in discussione più in profondità di quanto non sembri».

Da dove si deve partire per cominciare ad ottenere una parità linguistica?
«Naturalmente il riferimento alla scuola è fin troppo ovvio: nelle scuole primarie il problema non si ferma certo alle grammatiche ma si estende alle immagini dei libri in cui le donne sono invariabilmente in casa e i papà escono al mattino per i lavori più importanti e interessanti, verso il mondo e l’avventura. Inoltre gli italiani hanno appreso la loro lingua, che capivano pochissimo, a scuola ma soprattutto attraverso la televisione. Cosa dovrebbe impedire che apprendano, attraverso lo stesso mezzo, una lingua che nomina e racconta le donne oltre agli uomini?».

Il sessismo linguistico rischia di essere ridotto solo alla scelta tra “ministro” e “ministra”?
«L’esempio è particolarmente grottesco e significativo perché non è necessario e produce invece pasticci linguistici non da poco ma è solo la punta dell’iceberg di una lingua che fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista che costringe le donne in un ruolo fisso e umiliante».

Può un cambiamento linguistico portare un cambiamento culturale?
«La lingua è una parte fondamentale della nostra cultura ed è quindi impossibile distinguerla da essa. Per entrambe i cambiamenti sono lenti e complessi e non è semplice intervenire nel processo ma senza dubbio la presa di coscienza dei problemi, la riflessione pubblica su di essi e alcune decisioni che fissino dei paletti sono strade che una società può e deve prendere per favorire il cambiamento nella direzione dell’applicazione dei suoi principi fondanti».

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Secondo un sondaggio Skuola.net 1 studente su 2 vorrebbe inserire argomenti attuali in italiano

Un sondaggio Skuola.net ha chiesto a 6mila studenti italiani cosa vorrebbero cambiare dell’italiano, della storia, delle materie scientifiche e delle altre discipline studiate a scuola. Letteratura italiana e lingue classiche vincono la medaglia d’oro delle materie votate come più “vecchie”. Ma le cose da cambiare sono tante e molti aspetti da ritoccare. L’esigenza si muove tutta verso la scoperta di argomenti nuovi, attuali, spostando da un lato ciò che porta troppo indietro nel tempo.

1 su 2 chiede che siano introdotti più autori contemporanei a spese dei classici e il 30% dei ragazzi vorrebbe leggere più scrittori internazionali. Resiste Dante e la sua “Divina Commedia”, che solo 1 su 10 circa vorrebbe eliminare. Non condivide la stessa sorte l’immortale “I promessi sposi”, di cui il 17% vorrebbe abolire lo studio al biennio. Complessivamente solo il 20% non vuole cambiare nulla di ciò che studia in letteratura.

Uno su 4 ne ha abbastanza dell’analisi del testo, 1 su 5 abolirebbe il saggio breve. Lo scritto di italiano, secondo gli studenti, dovrebbe essere la scrittura di un racconto, un articolo per blog o addirittura la redazione di un post per i social network e, perché no, anche la scrittura di una sceneggiatura di un video.

La richiesta si risente forte e chiara: più attualità e più studio della storia contemporanea. Ma anche questa va svecchiata. Il Novecento non è più il nostro secolo e per chi è cresciuto negli anni Duemila è fondamentale lo studio della realtà intorno a sé. La pensano così 2 su 5 mentre il 46% circa inserirebbe la discussione di argomenti di attualità a scuola. Non manca poi chi taglierebbe la storia antica per far spazio a quella recente e chi sente l’esigenza di conoscere di più ciò che succede al di là delle Alpi. 1 su 5 vorrebbe studiare di più la storia degli altri Paesi e la stessa percentuale si soffermerebbe anche sulle diverse tradizioni e culture dei popoli.

Via libera allo studio delle nuove scoperte e tecnologie (41%), dell’informatica (36%), alle tematiche legate all’ambiente e all’ecosostenibilità (25%) e ai progetti scientifici pratici e creativi (38%). Il bisogno di conoscere il presente degli studenti si afferma particolarmente nell’ambito scientifico. Solo 1 su 10, infatti, non inserirebbe delle novità nel programma delle materie scientifiche. Spicca poi il campanello di allarme del 35% dei ragazzi che, preoccupati per i test di ingresso, vorrebbe che la scuola li preparasse di più all’ammissione all’università.

Non mancano critiche costruttive anche ai programmi di lingue straniere. Emerge nettamente la voglia di praticarle nella vita quotidiana e parlarle più che studiarle sui libri. 1 su 2 introdurrebbe nelle scuole un’esperienza all’estero obbligatoria e un’altro 50% vorrebbe che fosse inserita un’ora di conversazione con madrelingua. Il 23% amplierebbe lo studio di altre materie in lingua inglese e 1 su 5 inserirebbe obbligatoriamente almeno 2 lingue straniere per ogni indirizzo e tipologia di istituto. Solo il 9% circa non cambierebbe nulla.

Alba destate

Alba d'estate

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini,
dell’albe senza rumore
ci si risveglia come in un acquario
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca;
stagione estrema, che cadi,
prostrata in riposi enormi;
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
 
Vincenzo Cardarelli

Buone vacanze!