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Giappone, Corea del Sud e Cina normalizzano i loro rapporti diplomatici

I leader di Giappone, Corea del Sud e Cina mettono da parte le antiche ostilità e normalizzano le loro relazioni. Il primo ministro nipponico Shinzō Abe, la presidente sudcoreana Park Geun-hye e il premier cinese Li Keqiang hanno firmato un documento che sancisce la pace nella regione e promuove il libero scambio tra le loro nazioni. Il summit ha un’importanza storica perché avvia una nuova fase nelle relazioni dei tre Paesi asiatici, relazioni che hanno avuto momenti di forte tensione anche nell’ultimo periodo. D’ora in poi gli incontri trilaterali riprenderanno con regolarità allo scopo di perfezionare i protocolli d’intesa ratificati.

«Condividiamo l’idea che la cooperazione trilaterale è completamente ristabilita dopo questo vertice», si legge nel testo della dichiarazione conclusiva. Geun-hye ha evidenziato la volontà delle tre parti di ampliare la cooperazione economica «per aumentare di nuovo la crescita». Mai come ora Tokyo, Seul e Pechino hanno bisogno di sostenersi a vicenda: il Giappone è sul punto di rimanere impantanato in un’ennesima recessione tecnica, la Corea del Sud soffre molto la concorrenza dei Paesi vicini e la Cina cresce a tassi più bassi rispetto a quelli dell’ultimo quarto di secolo.

Così il documento ha stabilito che è necessario arrivare in tempi brevi ad un accordo di libero scambio. Seul e Pechino hanno già firmato pochi mesi fa un’intesa che va in questa direzione mentre il Giappone ha appena aderito al Partenariato Transpacifico, accordo che non include la Cina, e, per ora, la Corea. Tutte queste mosse dovrebbero essere finalizzate alla crescita delle rispettive economie nazionali.

È la prima volta dal 2012 che i capi di governo dei tre Paesi si incontrano. Da allora le relazioni diplomatiche si erano progressivamente deteriorate a causa della crescente tensione per le controversie territoriali e le ferite ancora aperte della Seconda Guerra Mondiale. La Repubblica Popolare e il Giappone si disputano la sovranità delle Isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale. Il Sol Levante rivendica anche le Rocce di Liancourt, l’arcipelago di Takeshima, sotto la giurisdizione della Corea del Sud dal 1952.

Abe ha fortemente cavalcato il nazionalismo per avere la meglio nelle questioni di politica interna, il che ha rimesso in discussione i crimini commessi dal Giappone nel periodo coloniale. Fatti come il massacro di Nanjing in Cina e l’uso di donne coreane come schiave del sesso da parte dell’esercito nipponico difficilmente possono essere messi tra parentesi da Pechino e Seul. Tuttavia il documento firmato domenica ha trattato con discrezione i problemi: ivi viene semplicemente sottolineato che per fruttuose relazioni future è necessario «affrontare il passato».

Infine nel testo è presente anche un chiaro monito alla Corea del Nord. Il messaggio per il dittatore Kim Jong-un è chiaro: «Ci opponiamo a qualsiasi azione che possa causare tensioni nella penisola coreana o violare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». «Il nostro interesse è la stabilità della penisola e di mantenere il nostro obiettivo di denuclearizzazione della Corea del Nord», ha aggiunto la presidente Geun-hye, riprendendo la proposta già lanciata a settembre presso l’Assemblea Generale dell’Onu di intavolare una trattativa sul nucleare con Pyongyang sul modello Iran.

Previsto nella Legge di Stabilità un contingente di volontari italiani in azioni di pace

Nove milioni di euro, tre per ogni anno, per il triennio 2014 – 2016 per «l’istituzione di un contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio o di emergenza ambientale». È l’emendamento alla Legge di Stabilità partito su iniziativa del deputato Giulio Marcon (Sinistra Ecologia Libertà) e, dopo un’iniziale bocciatura, fatto proprio dal Governo e approvato martedì sera dalla Commissione Bilancio della Camera.

L’emendamento prevede l’organizzazione del contingente come previsto dall’articolo 12 del decreto legislativo 5 aprile 2002 n. 77, secondo cui i giovani volontari «possono essere inviati all’estero anche per brevi periodi nelle forme stabilite con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il ministro degli Affari esteri». Il decreto legislativo stabilisce inoltre che «al fine dell’eventuale verifica dei progetti da realizzare all’estero nonché del loro monitoraggio, la Presidenza del Consiglio dei Ministri può ricorrere al supporto degli uffici diplomatici e consolari».

Secondo Marcon, che si è battuto anche per far stanziare 10 milioni aggiuntivi per la cooperazione internazionale, l’approvazione dell’emendamento è «un piccolo ma significativo passo avanti anche se all’interno di una Legge di Stabilità confusionaria e contraddittoria. Inoltre ci saranno fondi aggiuntivi a quanto già stanziato per il Servizio Civile Nazionale», aggiunge.

Nicola Lapenta, responsabile di servizio civile per la Comunità Papa Giovanni XXIII, definisce i corpi civili di pace un fatto storico. «Per la prima volta in Italia – dichiara – viene previsto un istituto più volte teorizzato ma che non aveva mai trovato attuazione concreta e si dà finalmente voce alle esperienze concrete in questo campo della società civile quali “Operazione Colomba”, il Tavolo interventi civili di pace e i Caschi Bianchi».

L'Irlanda del Nord sta attraversando un periodo di cambiamenti sociali

Il Community Relations Council di Belfast ha pubblicato il “North Ireland Peace Monitoring Report”, il report sullo stato attuale delle cose in Irlanda del Nord. 180 pagine che spaziano tra vari campi: sicurezza, uguaglianza, politica, coesione sociale. Dal documento, che serve come indicatore dei progressi nel processo di pace, emergono dati contrastanti, prima fra tutti la profonda divisione della società nordirlandese.

Il Police Service of Northern Ireland cal cola che la percentuale di episodi di violenza legati ad aggressioni paramilitari è solo del 4% rispetto a tutti i crimini. I famosi “Peace Walls” che oggi dividono le sei contee, da 22 (nel 1998) sono diventati 48. Nel complesso l’Irlanda del Nord è una società relativamente pacifica: nel 2011 il rischio di morire era del 14,3% rispetto al 21,5% di Inghilterra e Galles. Spesso, come già successo in Kosovo, Guatemala o Sud Africa, le società che escono da un conflitto registrano un aumento della criminalità, cosa che invece non sta succedendo in Irlanda del Nord. Anche se il paramilitarismo rimane una reale minaccia: con la crisi globale il malcontento aumenta e chi ne fa leva sono i gruppi che minano alla destabilizzazione della pace. La presenza della polizia è diminuita dal 1998 ad oggi di circa 17 mila unità, anche se nella PSNI sono ancora troppo poche le presenze dei repubblicani (fino a pochi anni fa esclusiva per i lealisti).

L’Irlanda del Nord ha il più alto numero di adulti in età lavorativa senza titolo di studio (il 20%). La stragrande maggioranza degli intervistati (costantemente oltre l’80%) ha affermato che preferisce vivere in un quartiere a religione mista anche se scuole e abitazioni sono separate al 90%.

Sul fronte politico i cinque partiti sono pronti a lavorare all’interno di un quadro che parta dall’accettazione dei principi del “Good Friday Agreement”. Dal 1987 quasi 100 milioni di sterline all’anno sono stati versati per il processo di pace.

«L’opportunità per un dibattito ragionato su come si debba affrontare il passato è andata persa nel furore suscitato dal rapporto del 2009 del “Consultative Group on the Past”, soprattutto per una clausola che suggeriva un rimborso a tutte le famiglie che avevano un parente morto nei Troubles (il conflitto nordirlandese tra gli anni ’60 e ’90, ndr) senza considerare se fosse da ritenere una vittima o un fautore della violenza stessa», conclude il rapporto. L’autore Paul Nolan conferma come questo sia «il problema che, più di ogni altro, continua a mettere in dubbio la percezione che l’Irlanda del Nord si sia lasciata i Troubles alle spalle».