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Il personaggio Lego arriverà a giugno insieme al bimbo nel passeggino spinto dal papà

Gli omini della Lego che vanno per la maggiore sono per lo più poliziotti a caccia di ladri o vigili del fuoco impegnati a spegnere incendi oppure astronauti sullo Space Shuttle o su navi spaziali fantascientifiche in guerra contro perfidi cattivi. Ora a tutti questi personaggi se ne aggiungerà uno, per la prima volta al passo con i tempi: un omino su sedia a rotelle.

Dopo i primi rumors l’azienda danese ha ufficialmente confermato che lancerà a giugno la prima minifig disabile, una mossa che va incontro alle richieste di una maggiore attenzione alla diversità anche nei giochi.

Come mostrato alla Spielwarenmesse, fiera in corso a Nürnberg (Germania), oltre all’omino in sedia a rotelle nel nuovo set “Fun at the Park” apparirà anche un bebé in passeggino e a spingerlo sarà un barbuto papà, giusto per rispettare pure la parità di genere.

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Sapegno (La Sapienza): «La nostra lingua fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista»

Pur avendo tutte le possibilità per offrire la parità di genere la lingua italiana continua ad essere caratterizzata da uno scarto importante tra maschile e femminile. L’uso di termini maschili per riferirsi a cariche ricoperte da donne ne è un esempio. Anche la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha sottolineato «l’esigenza dell’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, professionale e sociale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere».

Ruoli politici e amministrativi vanno declinati al femminile: la presidente, la vicepresidente, la deputata, la capogruppo, la ministra, la segretaria generale. Lo raccomandano l’Accademia della Crusca e la Guida alla Redazione degli Atti amministrativi dell’Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione giuridica.

Ma la questione non si limita alla politica. «La divaricazione tra la società nella quale ormai molte donne occupano posti di rilievo e una lingua che ancora molto spesso le cancella con l’utilizzo del maschile ha origini varie – spiega Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e Studi di genere presso l’Università La Sapienza di Roma – In primo luogo si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, in secondo luogo la femminilizzazione dei termini, pur prevista dall’italiano, produce una svalorizzazione del titolo, come nel caso di “segretario” e “segretaria”, per fatti legati al rapporto gerarchico esistente tuttora tra maschile e femminile».

Perché è così difficile compiere questo cambiamento?
«La lingua è un organismo vivo e dinamico, uno strumento fondamentale del nostro pensiero attraverso cui diamo ordine ed esistenza al mondo intorno a noi. È in grado di rinnovarsi per coprire e descrivere tutto il reale e nella realtà deve prendere atto sempre di più dell’esistenza di due soggetti sessuati. Le resistenze hanno a che vedere proprio con questo cambiamento, difficile per molti, che mette in discussione più in profondità di quanto non sembri».

Da dove si deve partire per cominciare ad ottenere una parità linguistica?
«Naturalmente il riferimento alla scuola è fin troppo ovvio: nelle scuole primarie il problema non si ferma certo alle grammatiche ma si estende alle immagini dei libri in cui le donne sono invariabilmente in casa e i papà escono al mattino per i lavori più importanti e interessanti, verso il mondo e l’avventura. Inoltre gli italiani hanno appreso la loro lingua, che capivano pochissimo, a scuola ma soprattutto attraverso la televisione. Cosa dovrebbe impedire che apprendano, attraverso lo stesso mezzo, una lingua che nomina e racconta le donne oltre agli uomini?».

Il sessismo linguistico rischia di essere ridotto solo alla scelta tra “ministro” e “ministra”?
«L’esempio è particolarmente grottesco e significativo perché non è necessario e produce invece pasticci linguistici non da poco ma è solo la punta dell’iceberg di una lingua che fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista che costringe le donne in un ruolo fisso e umiliante».

Può un cambiamento linguistico portare un cambiamento culturale?
«La lingua è una parte fondamentale della nostra cultura ed è quindi impossibile distinguerla da essa. Per entrambe i cambiamenti sono lenti e complessi e non è semplice intervenire nel processo ma senza dubbio la presa di coscienza dei problemi, la riflessione pubblica su di essi e alcune decisioni che fissino dei paletti sono strade che una società può e deve prendere per favorire il cambiamento nella direzione dell’applicazione dei suoi principi fondanti».


Manageritalia Torino partecipa a Gammadonna

Le quote rosa in azienda? Forse è molto meglio far carriera in base ai propri meriti. È quanto emerge da una indagine di Federmanager, che rivela uno scenario in deciso cambiamento anche in Italia e sempre più vede tra i manager industriali figure femminili più giovani (sotto i 45 anni), più istruite e con una anzianità lavorativa inferiore a quella dei colleghi uomini.
L’indagine mette a confronto per la prima volta il punto di vista delle due parti in gioco, cioè quasi 1000 tra donne e uomini, tutti dirigenti in aziende di diversa dimensione, presenti sul territorio nazionale.

Ne esce fuori che le dirigenti italiane hanno guadagnato terreno sui colleghi maschi in primis in termini di retribuzione: se le donne guadagnano ancora un 12% in meno dei colleghi, la parità è quasi raggiunta, e a volte superata, per quanto riguarda i benefit, in particolare polizze assicurative, stock options e borse di studio.

Gli intervistati sono d’accordo sull’importanza di valorizzare le differenze tra uomo e donna invece di continuare a perseguire l’uguaglianza (79% e 63%) e sull’utilità di aumentare il numero delle dirigenti «purché sia il merito il vero criterio di riferimento per le donne come per gli uomini (68% e 69%)», come si legge nella ricerca di Ferdermanager.

Non solo, lo studio sottolinea che da una parte rimane difficile per le donne conciliare lavoro e famiglia. Il 65% sono sposate e il 66% sono madri (contro colleghi uomini sposati nell’86% dei casi e con figli nell’85%). Le manager sono sempre più selettive, a cominciare dalla scelta del partner: dichiarano di avere un compagno laureato e con un incarico di imprenditore, dirigente o consulente rispettivamente nel 68% e nel 63% dei casi.

Rimangono le solite zone d’ombra, ad esempio una grande maggioranza del campione concorda sul fatto che «il peso degli oneri familiari fa capo soprattutto alla donna». Non stupisce allora che delle donne in ruoli di manager l’11% siano single, il 5% separate, il 7% divorziate e l’11% abbia scelto la convivenza.