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A Trieste il biglietto dell’autobus non ancora scaduto si ricicla

Il tempo è denaro, soprattutto se si parla di ticket per il trasporto pubblico a scadenza oraria: il caro – trasporti è un problema che incombe. Accade così che a Trieste gli studenti abbiano ideato un modo per risparmiare sul titolo di viaggio, semplice ed efficace. Il principio di base è: se il biglietto dura 60 minuti, perché buttarlo una volta giunti a destinazione se restano ancora dei minuti da utilizzare? Una volta scesi dal bus il titolo di viaggio ancora “in tempo” viene lasciato in una cassetta alla fermata e chi arriva dopo può prenderlo per utilizzare i minuti rimasti.

Promossa dal Coordinamento degli Studenti Medi l’idea va incontro alle tasche dei ragazzi ma non è piaciuta alla Trieste Trasporti. Le cassette con tanto di cartello esplicativo che recitava “Super rincari ai trasporti pubblici: organizziamoci per non pagare. Il biglietto usato perché buttarlo? Dura 60 minuti: riutilizziamolo. Regalalo, condividilo con chi non può permetterselo” sono state rimosse.

I promotori dell’iniziativa vanno però avanti. «Con l’aumento che stanno applicando al trasporto pubblico gli studenti, gli anziani e chi ha bassi redditi e si deve muovere giornalmente con gli autobus deve organizzarsi — denuncia Ilaria, rappresentante del Coordinamento Studenti Medi — I controlli ci sono, ora li fanno anche con personale in borghese, la multa ammonta a 70 euro, quindi non è possibile viaggiare senza biglietto e il riutilizzo dei ticket non ancora scaduti è un aiuto concreto per molti».

La società di trasporto pubblico chiarisce la sua posizione in merito all’insolito ticket sharing. «Il passaggio di un biglietto obliterato non è legale perché il biglietto orario da 1,30 euro è nominale e non è cedibile: viene specificato anche sullo stesso ticket — spiega l’amministratore delegato di Trieste Trasporti Cosimo Paparo — Stiamo comunque monitorando questa iniziativa: teniamo conto dei problemi che la crisi economica sta creando e valutiamo con attenzione quale atteggiamento tenere». I biglietti riciclati infatti sono ancora validi, non si tratta di ticket scaduti o camuffati.

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Raccolta dell’acqua piovana e risparmio idrico erano gli scopi della più grande diga Maya

La più grande diga costruita dai Maya: a scoprirla nell’antica città di Tikal, popoloso insediamento precolombiano nel nord del Guatemala, un’équipe di ricercatori della University of Cincinnati che segue da anni gli scavi nel sito archeologico.

La diga è stata realizzata con materiali naturali e di scarto grazie all’impiego di pietre da taglio, macerie e terra. Misura 79 metri in larghezza e 10 metri in altezza e riusciva a contenere 75 milioni di litri di acqua. Risorse idriche che, a dispetto dei grandi periodi di siccità ricorrenti, sono riuscite a sostenere una popolazione in crescita per oltre 1500 anni.

Per i Maya la razionalizzazione dell’acqua era estremamente importante. Lo testimonia l’attenzione rivolta alla costruzione e alla manutenzione della diga, improntata al risparmio idrico ed ecologica sotto molto aspetti. I Maya praticavano la raccolta delle acque piovane con grande oculatezza. Piazze, strade, cortili, tutte le superfici erano opportunamente pavimentate e inclinate per convogliare le piogge nei bacini di raccolta. L’acqua immagazzinata veniva utilizzata per irrigare i campi nei periodi aridi. Purtroppo la gestione sostenibile delle acque non fu sufficiente a proteggerli dai cambiamenti climatici, come la grave siccità che portò alla caduta della loro civiltà.

Anche per quanto riguarda la filtrazione idrica i Maya adoperavano metodi a impatto zero molto ingegnosi. Grazie all’impiego di contenitori colmi di sabbia l’acqua convogliata nei canali veniva filtrata in modo naturale prima di entrare nelle cisterne. Per costruire questi letti filtranti impiegavano la sabbia di quarzo, un materiale che non si trova nell’area di Tikal e di cui si rifornivano a 30 km di distanza.

Apple premiata per il suo impegno nel rispetto dell'ambiente

Apple ha recentemente pubblicato il rapporto sullo stato dei propri impianti relativamente all’impatto sull’ambiente, al risparmio energetico dei vari store sparsi in tutto il mondo e dei relativi data center.

Il dato più significativo riguarda la costruzione di un parco solare (il più grande di proprietà di un privato negli Usa) che consentirà a regime di alimentare il data center di Maiden, in North Carolina, la struttura che ospita parte dei server necessari alla galassia Apple. Si tratterà di almeno 100 acri di pannelli fotovoltaici con una potenza di 20 megawatt in grado di produrre 42 milioni di kWh all’anno.

Per la sua dedizione all’ambiente Apple ha ricevuto dal US Green Building Council la certificazione LEED Platinum, con la consapevolezza che «nessun altro centro dati di simili dimensioni ha raggiunto tale livello di certificazione». Oltre all’energia prodotta pare che Apple nella costruzione dell’edificio abbia utilizzato per il 14% materiali riciclati derivanti da rifiuti di costruzione recuperati nelle discariche, viceversa il 96% di quanto acquistato è stato scelto entro le 500 miglia dal sito di costruzione.

Gli edifici in tutto il mondo, compreso il quartier generale di Cupertino, sono stati adattati ai più rigorosi criteri di risparmio energetico, riuscendo a recuperare 5 milioni di kWh in un anno. Inoltre all’interno del campus i dipendenti hanno a disposizione mezzi ecologici che consentono di spostarsi riducendo l’inquinamento. Nel 2011 le strutture dell’azienda hanno consumato circa 493 milioni di kWh, riuscendo ad evitare circa 30 milioni di chilogrammi di emissioni di CO2 grazie all’utilizzo di energia rinnovabile.