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Ideata una “mano bionica” per restituire il tatto alle persone che hanno subito un’amputazione

«È una protesi da esibire, non da nascondere». Christian Cipriani, docente all’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sintetizza così “My-HAND” (Myoelectric-Hand prosthesis with Afferent Non-invasive feedback Delivery), un progetto dedicato allo sviluppo di tecnologie non invasive per il recupero di funzioni sensoriali e motorie perdute a causa dell’amputazione di una mano o di danni neurologici.

Oltre all’esoscheletro, il “guanto robotico”, è stato possibile mettere a punto una rivoluzionaria “mano bionica” caratterizzata da un’elevata destrezza che le permette di compiere tutte le prese e posture necessarie nella vita quotidiana. L’arto artificiale ai distingue per il suo essere light in tecnologia, peso, design e costo e supera il concetto tradizionale di protesi di mano.

Inoltre non richiede interventi chirurgici per essere impiantata: movimenti e prese della mano possono essere attivati e controllati in maniera naturale attraverso sensori indossabili che rilevano gli impulsi nervosi lungo i muscoli. I sensori integrati sulle dita registrano le interazioni con l’ambiente e, grazie a piccoli vibratori posizionati sulla parte restante, è possibile restituire sensazioni tattili.

«La mano utilizza tre motori elettrici e un pollice opponibile per afferrare oggetti di varia forma e peso differente – sottolinea il ricercatore Marco Controzzi a capo degli ingegneri – Un meccanismo da noi inventato e oggetto di brevetto internazionale consente con un solo motore la rotazione del pollice o la flessione dell’indice in maniera alternata. Questa possibilità garantisce l’esecuzione di tutte le prese senza influire sul peso ma garantendo un’elevata robustezza».

Alessio Tommasetti del DARC Studio di Roma l’ha disegnata. «Si è trattato di una sfida molto ardua – dichiara – ma siamo orgogliosi di averla accettata. Spesso abbiamo invaso il campo dei bioingegneri con l’arte e il design e in sinergia abbiamo elaborato un concept estremamente innovativo».

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Il progetto “Omo” promuove l’accesso di persone con sindrome di Down nel settore alberghiero

Promuovere una società accessibile e inclusiva delle persone con sindrome di Down attraverso lo svolgimento di mansioni lavorative nel settore alberghiero è l’obiettivo del progetto internazionale “Omo, on my own… at work”, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Erasmus + Key Action 2. Due gruppi di ragazzi tra i 21 e i 23 anni hanno iniziato un tirocino l’uno presso l’Hotel Melià Aurelia Antica di Roma, l’altro all’Axis Hotéis & Golfe di Porto (Portogallo).

Avviato a settembre il progetto durerà 3 anni. Inoltre verrà creata una rete europea di “hotel amici” che ospiteranno stage ed esperienze lavorative di persone con sindrome di Down. Gli alberghi aderenti si impegneranno ad offrire con periodicità occasioni lavorative a tali persone grazie all’applicazione di un apposito codice di condotta e riceveranno un marchio. Il progetto “Omo” promuoverà la creazione di partnership durevoli tra le agenzie di formazione quali scuole professionali, associazioni di persone con disabilità e settore alberghiero.

Secondo le Nazioni Unite più di un miliardo di persone, circa il 15% della popolazione mondiale, vive con forme di disabilità. Ovunque vivano i disabili si trovano ad affrontare barriere fisiche, sociali, culturali ed economiche che ne impediscono una piena ed efficace partecipazione nella società a pari titolo con gli altri. Non hanno un equo accesso a risorse vitali quali l’educazione, il lavoro, l’assistenza sanitaria, sociale e legale oltre a presentare un più alto tasso di mortalità.

Da un’idea di tre italiani nasce una rete globale di giovani professionisti

Giovani, professionisti, indipendenti, uniti da esperienze internazionali all’estero in banche d’affari del calibro di Morgan Stanley, Lehman Brothers e Merrill Lynch ma soprattutto dal desiderio di fare rete in modo etico e trasparente. Per sfatare i luoghi comuni che circondano il mondo dell’alta finanza e costruire un sistema alternativo di relazioni in cui tornare a fidarsi del futuro. Tre ragazzi italiani, Luca Cosentino, Edoardo Palmisani e Federico Quitadamo, dopo essere rientrati in Italia hanno creato ActingForward, un network rivolto a giovani professionisti che lavorano nei principali centri economico finanziari del mondo.

«Ben consapevoli delle sfide che ci aspetteranno nei prossimi anni siamo convinti che si possa ancora credere in questo Paese. Proprio da questa convinzione nasce la volontà di fare rete e impegnarsi guardando al futuro», dichiara Cosentino, senior manager Corporate Finance di Ernst & Young.

«Vorremmo essere un ponte tra tutti quei professionisti che condividono i principi guida della nostra associazione, indipendentemente dalla loro posizione geografica e dal loro luogo di lavoro», aggiunge Palmisani, project leader in Boston Consulting Group.

«La scelta di un nome inglese non è casuale – spiega Federico Quitadamo, investment director in CVC Capital Partners – Per noi ha un significato ben preciso: bisogna agire con uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso questa associazione vogliamo creare occasioni di discussione e confronto». ActingForward organizza, infatti, dibattiti, tavole rotonde e altre attività mirate a diffondere la cultura finanziaria e favorire lo sviluppo di una nuova generazione di professionisti, promuovendo anche progetti di mentorship e borse di studio per studenti meritevoli.

Già la tavola rotonda tenutasi a Roma nel corso della presentazione del network ha incarnato lo spirito dell’iniziativa con il tema “Perché credere ancora nei giovani e nell’Italia”. «Alla mia età non c’è alternativa rispetto a credere nei giovani e nell’Italia. Possiamo soltanto puntare a rilanciare questo Paese e per farlo c’è bisogno di loro – ha affermato Ernesto Monti, vicepresidente di Astaldi e docente di Finanza aziendale all’Università Luiss “Guido Carli”, intervenuto con la sua personale testimonianza – ActingForward mi piace perchè la condivisione è la precondizione della crescita: è importante fare rete in modo etico».