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Antisemitismo e attentati: nonostante tutto non c’è una vera diaspora di ebrei dall’Europa

Secondo l’Ufficio nazionale di Statistica di Israele nel 2014 Italia e Belgio hanno segnato il record di migrazioni di ebrei in Israele dal 1970 (rispettivamente 322 e 224 persone) ma si tratta in media dell’1% del totale degli ebrei europei. Nel 1945 gli ebrei in Europa erano 3 milioni 800 mila, nel 2010 1 milione e 400 mila, oggi circa 1 milione e 100 mila: la loro diminuzione negli Anni 10 del Duemila ammonta a 100 mila residenti in meno all’anno.

«C’è un disagio diffuso ma non un esodo, il fenomeno è stato drammatizzato», afferma chiaramente lo statistico Sergio Della Pergola, nato a Trieste da una famiglia ebraica sopravvissuta all’Olocausto, docente alla Hebrew University di Gerusalemme e considerato oggi il più esperto demografo del popolo ebraico a livello mondiale. Della Pergola smentisce così l’allarmismo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per richiamare ebrei in Israele.

I numeri nascondono fattori come la tendenza di una minoranza ad integrarsi culturalmente con la maggioranza, ad esempio attraverso i matrimoni misti. L’incremento dell’immigrazione ebraica dall’Europa verso altri Paesi per l’aumento dell’antisemitismo e della violenza è una piccola parte.

Nel caso italiano è difficile distinguere le motivazioni: tanti piccoli commercianti o lavoratori precari scelgono di tornare in Israele per sfuggire alla crisi economica. Francia e Belgio sono Paesi più sotto pressione: «Gli ebrei lasciano l’Europa per Israele e Stati Uniti perché si sentono insicuri», commenta il professore.

«L’Unione Europea deve ripensare la sua sicurezza e la sua politica estera e reagire con più determinazione contro lo Stato Islamico ma non ha senso creare un’atmosfera di isteria», dice infine Della Pergola.

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L’Antitrust sanziona Eni per aver messo in atto pratiche commerciali scorrette

Eni è stata sanzionata dall’Antitrust per aver messo in atto, con la campagna pubblicitaria relativa all’offerta “Eni 3”, una pratica commerciale scorretta. In una nota ufficiale l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato scrive che «gli spot andati in onda sulle principali emittenti televisive nel periodo novembre – dicembre 2012, che promuovevano l’offerta dedicata alle tariffe gas, luce e carburante, erano ambigui, omissivi e in grado di falsare in misura apprezzabile le scelte dei consumatori, i quali, pertanto, non erano messi in grado di assumere una decisione consapevole sulla convenienza della proposta Eni».

Eni ha opposto difesa alle accuse tentando di dimostrare statisticamente l’irrilevanza del fuorviante messaggio ai clienti. Secondo il gruppo energetico «da indagini di mercato risulta che su circa 800 clienti che hanno aderito all’offerta il messaggio è stato integralmente e correttamente decodificato dai 2/3 degli intervistati». Eni, gruppo che, segnala l’Authority, nel 2011 ha fatturato 109 miliardi di €, rende noto che «nel 2012 le vendite di energia elettrica (42,58 TWh) sono state destinate ai clienti del mercato libero (75%), Borsa elettrica (14%), siti industriali (8%) e altro (3%). L’aumento del 5,7% rispetto al 2011 è dovuto all’incremento del portafoglio clienti per effetto delle efficaci politiche di marketing intraprese».

Sul punto la stessa Antitrust ha rilevato che «il campione non può essere considerato rappresentativo trattandosi di consumatori già iscritti al programma fedeltà Eni per i quali, pertanto, la promozione è già conosciuta. Inoltre il fatto che un terzo dei consumatori intervistati non abbia capito l’offerta non è un dato marginale». La difesa statistica di Eni, perciò, non ha migliorato le cose. Anzi ha generato il dubbio che la “disattenzione” abbia mosso una non piccola parte del mercato.

Lo scrive l’Antitrust: «Considerato che Eni è il principale operatore nella distribuzione del gas e autore di varie campagne commerciali, dovrebbe, in base ai principi minimi di buona fede e correttezza, assicurare ai consumatori non solo un’informazione completa, esaustiva e veritiera in merito alle reali caratteristiche e ai costi dell’offerta pubblicizzata ma anche una sua corretta e completa presentazione».

Se il docente universitario è affascinante gli studenti lo considerano più bravo

Due ricercatori del Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università della Calabria, Michela Ponzo e Vincenzo Scoppa, hanno raccolto le valutazioni di 2300 corsi tenuti in 7 anni nella loro facoltà, per un totale di 190 docenti. I risultati ottenuti, che indicano la soddisfazione degli studenti verso i corsi degli insegnanti, sono stati messi a confronto con un indice di bellezza elaborato chiedendo a 29 studenti, che non conoscevano i docenti in questione, di valutare il loro aspetto fisico su una scala da 1 a 10 attraverso una foto.

Dal confronto tra le due indagini è emerso che gli insegnanti ritenuti più bravi dagli studenti sono quelli considerati anche più belli. Inoltre non sono state riscontrate grandi differenze sull’indice di gradimento tra docenti uomini e docenti donne, entrambi “promossi”.

Per spiegare questa coincidenza è stato ipotizzato che gli insegnanti più affascinanti sono, proprio in ragione della loro bellezza, più sicuri di sé e, quindi, in grado di affermarsi maggiormente durante le lezioni. Tuttavia, studiando le loro effettive capacità attraverso le pubblicazioni scientifiche prodotte o le citazioni ottenute, non è stata dimostrata alcuna correlazione con la loro bellezza. Sembrerebbe piuttosto che i docenti “bruttini” vengano semplicemente discriminati dagli studenti che a lezione preferiscono avere qualcuno di più piacevole da guardare.