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Oggetti quotidiani creati in bassa definizione dall’artista giapponese Toshiya Masuda

Il digitale entra nell’analogico e viceversa nelle creazioni dell’artista nipponico Toshiya Masuda, il quale gioca a provocare un risultato che lascia confusi: ceramiche curate sin nei minimi dettagli riproducono gli oggetti della vita di tutti i giorni e li scompongono in pixel, come se piombassero direttamente dal mondo in 16 bit: una realtà in bassa definizione.

«Molte persone tendono a giudicare le cose in base alla propria esperienza o a quello che hanno imparato nella propria vita – stigmatizza l’artista – Per questo motivo associano la ceramic art alla creazione di vasi e statuette o alla texture e ai colori del materiale e quando sentono parlare di grafica computerizzata visualizzano solo immagini digitali, come quelle di un videogioco sullo schermo. Così ho deciso di lavorare su questo concetto creando immagini di computer graphic con la ceramica per conferire un aspetto tattile alla nuova realtà dei nostri tempi, quella digitale».

Ecco allora che la semplicità dei colori e delle forme analogiche, dalla palla da baseball al bicchiere per caffè di Starbucks, vengono frammentati in singoli cubetti. Masuda vuole instillare nello spettatore il dubbio se siano oggetti veri o solamente elaborazioni grafiche. «Ciascun oggetto viene modellato e colorato a mano – illustra – Non uso computer nel processo di produzione: ogni singolo dettaglio dell’opera arriva da un insieme di tecnica e immaginazione».

Masuda non è certo il primo “pixel artist”: già Louise De Saint Angel realizza su pannelli arazzi con strisce di tessuto, intrecciate fra loro, che formano un motivo utilizzando proprio il principio dei pixel e in cui l’immagine astratta viene scomposta in tanti piccoli elementi (Pixel di tessuto).

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Batteri speciali sono in grado di restaurare superfici murarie e sculture

In una costruzione rinascimentale sul colle romano del Palatino sono stati applicati ceppi di batteri in grado di effettuare un biorestauro conservativo in cui idrocarburi e patine sono stati eliminati attraverso specifici e selezionati microrganismi.

«Nella nostra collezione Enea – Lilith ci sono circa 500 ceppi batterici selezionati in anni di lavoro», spiega Anna Rosa Sprocati, responsabile delle attività di biorestauro. «I ceppi batterici che abbiamo impiegato vengono da miniere italiane e polacche e dalle tombe etrusche di Tarquinia ed erano stati scelti in origine perché adatti, grazie alle loro caratteristiche metaboliche, ad azioni di risanamento ambientale. I microrganismi hanno agito in modo selettivo nutrendosi delle sostanze proteiche che rappresentavano in quel caso la loro unica fonte di carbonio o dissolvendo i depositi inorganici attraverso prodotti del loro metabolismo».

Il processo è coperto da un brevetto Enea e si sta applicando in numerosi casi, come il restauro di statue italiane del primo Novecento. «Grazie a tali batteri in grado di metabolizzare gli idrocarburi siamo riusciti a rimuovere dalla Lupa di Grazioli, rimasta all’aperto per 40 anni, parte dei residui nerastri causati dall’inquinamento urbano», dichiara la ricercatrice.

Poichè nel resturo si usano spesso prodotti tossici e spesso aggressivi anche per l’opera d’arte, «usando i batteri si potrebbero sviluppare prodotti sicuri, innocui e a basso costo. I batteri rappresentano una miniera di funzioni oggi ancora in gran parte inesplorate a cui attingere per molteplici applicazioni».