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In Piemonte gli studenti sospesi vengono sanzionati con la partecipazione ad attività sociali

Come si fa ad evitare le “punizioni” a scuola? In Piemonte da otto anni gli studenti degli istituti superiori di secondo grado, anzichè essere sospesi per cattiva condotta, vengono “condannati” a seguire percorsi alternativi alle sanzioni disciplinari quali servire i pasti ai senza fissa dimora o aiutare volontari che si prendono cura dei disabili e dei bambini in difficoltà.

Gestito dal Forum Interregionale Permanente del Volontariato Piemonte e Valle d’Aosta in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte l’iniziativa nasce con l’obiettivo di prevenire il disagio sociorelazionale e ambientale dei ragazzi a partire dal principio che un comportamento errato possa essere migliorato attraverso il coinvolgimento in un iter educativo di recupero.

L’ufficio scolastico segnala i ragazzi sottoposti a sanzione alle associazioni no profit e cooperative con cui stende una convenzione che garantisce la copertura assicurativa degli studenti, un percorso personalizzato sul profilo di ciascuno di loro e l’affiancamento di un tutor. Le attività si tengono su un arco minimo di tre mezze giornate o al mattino, in sostituzione delle lezioni, o al pomeriggio in orario extrascolastico, nel caso in cui sia obbligatoria la frequenza degli insegnamenti.

Dal 2008 ad oggi 1200 alunni hanno seguito la formazione alternativa e 80 scuole, di cui una cinquantina solo a Torino, hanno aderito al progetto. Dopo l’esperienza il 10% dei giovani non ha più lasciato il terzo settore e in alcuni casi, alla fine del ciclo scolastico, lo ha scelto per la propria professione.

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Testimonianza drammatica dalla Siria, la volontaria Cinzia Gianaroli: «Nessuno muove un dito»

«Domenica scorsa sono morte tantissime persone a cinque chilometri dalla nostra sala parto ma nessuno ne parla, nessuno muove un dito. Io sono solo una volontaria, la nostra è una piccolissima onlus e possiamo fare davvero poco. I grandi dove sono?». Cinzia Gianaroli è sconvolta e sdegnata mentre racconta le testimonianze che riceve dalla Siria, in particolare da Aʿzāz, nella provincia di Aleppo, dove We Are, la onlus di cui fa parte, ha aperto una sala parto poco meno di un anno fa e dove giovedì scorso è scoppiata una bomba seminando macerie e terrore.

«Siamo in contatto costante con i nostri sette dipendenti: infermieri, ostetriche, un pediatra e altri medici e inservienti – prosegue Gianaroli – Non ci chiedono aiuto e cercano di non trasmetterci la loro paura, sono molto protettivi nei nostri confronti, ma noi ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso per loro stare lì, lo Stato Islamico vicino e i bombardamenti dietro l’angolo». La sala parto si trova a metà strada tra Aleppo e il confine turco, fino a poco tempo fa una zona abbastanza sicura, «oggi invece non possiamo raggiungerla: le frontiere sono chiuse per le persone e le merci ed è troppo pericoloso rischiare».

Lo Stato Islamico è arrivato a tre chilometri dalla sala parto «ma i nostri medici, anche di fronte al pericolo che avanza, restano a fare il proprio lavoro – spiega la volontaria – In un anno hanno fatto nascere circa 250 bambini, visitato oltre 2mila donne e, da quando abbiamo aperto l’ambulatorio pediatrico un mese fa, hanno curato quasi 450 bimbi». L’ambulatorio è l’unica struttura del genere nella zona: la più prossima è ad una quindicina di chilometri, in un’area di guerra una distanza immensa.

La crisi è sempre più grave e la violenza crescente. «Quello che possiamo fare è raccontare, rompere il silenzio assurdo che si è creato intorno a questa tragedia e tenere alta l’attenzione – afferma Gianaroli – I bambini e i ragazzi vivono ogni giorno l’esperienza del terrore con il rumore delle esplosioni e degli aerei nelle orecchie. L’ultima volta che sono andata lì, lo scorso anno, mentre ero in tenda con una donna e sua figlia è passato un aereo sopra le nostre teste: io sono rimasta tranquilla, non mi sembrava preoccupante, ma la donna è sbiancata. Quando siamo uscite, poco distante c’erano due colonne di fumo: era un bombardiere».

Previsto nella Legge di Stabilità un contingente di volontari italiani in azioni di pace

Nove milioni di euro, tre per ogni anno, per il triennio 2014 – 2016 per «l’istituzione di un contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio o di emergenza ambientale». È l’emendamento alla Legge di Stabilità partito su iniziativa del deputato Giulio Marcon (Sinistra Ecologia Libertà) e, dopo un’iniziale bocciatura, fatto proprio dal Governo e approvato martedì sera dalla Commissione Bilancio della Camera.

L’emendamento prevede l’organizzazione del contingente come previsto dall’articolo 12 del decreto legislativo 5 aprile 2002 n. 77, secondo cui i giovani volontari «possono essere inviati all’estero anche per brevi periodi nelle forme stabilite con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il ministro degli Affari esteri». Il decreto legislativo stabilisce inoltre che «al fine dell’eventuale verifica dei progetti da realizzare all’estero nonché del loro monitoraggio, la Presidenza del Consiglio dei Ministri può ricorrere al supporto degli uffici diplomatici e consolari».

Secondo Marcon, che si è battuto anche per far stanziare 10 milioni aggiuntivi per la cooperazione internazionale, l’approvazione dell’emendamento è «un piccolo ma significativo passo avanti anche se all’interno di una Legge di Stabilità confusionaria e contraddittoria. Inoltre ci saranno fondi aggiuntivi a quanto già stanziato per il Servizio Civile Nazionale», aggiunge.

Nicola Lapenta, responsabile di servizio civile per la Comunità Papa Giovanni XXIII, definisce i corpi civili di pace un fatto storico. «Per la prima volta in Italia – dichiara – viene previsto un istituto più volte teorizzato ma che non aveva mai trovato attuazione concreta e si dà finalmente voce alle esperienze concrete in questo campo della società civile quali “Operazione Colomba”, il Tavolo interventi civili di pace e i Caschi Bianchi».